Ha chiesto aiuto. Ha chiesto di parlare con uno psichiatra. uscito dal pronto soccorso con una terapia e un appuntamento al Centro di salute mentale fissato per inizio agosto. A quell’appuntamento Abderrahim Fakir non arriverà mai. Morirà il 19 luglio durante un intervento di polizia al Pilastro. Un percorso più rapido avrebbe potuto evitare il peggio?
Tra il 20 giugno, giorno in cui il 43enne marocchino si presenta al pronto soccorso dell’ospedale Maggiore in evidente sofferenza psichica, e il 19 luglio, quando perde la vita, trascorre appena un mese. In mezzo c’è un percorso sanitario iniziato che oggi richiama l’attenzione sui tempi della presa in carico delle persone con fragilità psichiatriche. Quel 20 giugno Fakir arriva al Maggiore in ambulanza dopo essersi procurato alcune ferite a un polso in un gesto autolesionistico. Ai sanitari racconta di essere depresso e chiede di parlare con uno psichiatra. Nella scheda del pronto soccorso la motivazione dell’accesso è indicata come «Psichiatrica - preoccupazione per il benessere del paziente». Dopo la valutazione viene indirizzato al Centro di salute mentale.
Nei giorni successivi si presenta al servizio. Viene visitato, riceve una prima diagnosi, gli viene confermata una terapia farmacologica e viene fissato un secondo appuntamento per i primi giorni di agosto. soprattutto questa scansione temporale ad alimentare gli interrogativi. Era la normale prassi per un paziente con quel quadro clinico? Oppure una situazione caratterizzata da un recente gesto autolesionistico e da una richiesta di aiuto così esplicita avrebbe richiesto un monitoraggio più ravvicinato?
DOMANDE
Abbiamo provato a chiederlo all’Azienda Usl di Bologna. Dagli uffici è arrivata una risposta netta: «Non diamo informazioni, c’è un’indagine in corso». Ancora più brusco il contatto con il Centro di salute mentale: «Lei mi sta annoiando con le sue domande, si rivolga a un addetto stampa, non qui».
Nessuna spiegazione sui criteri con cui vengono fissati gli appuntamenti né sull’eventuale possibilità di anticipare le visite nei casi ritenuti più delicati. Nel frattempo emerge anche un altro elemento destinato a essere approfondito. Secondo quanto risulta, nella sala operativa del 118 non figurerebbero richieste di intervento da parte degli agenti impegnati il 19 luglio al Pilastro.
Al momento neppure le registrazioni delle due centrali operative avrebbero consentito di ricostruire eventuali comunicazioni intercorse in quei minuti. Un aspetto che dovrà essere chiarito per ricostruire le fasi dell’intervento e verificare se sia stato richiesto o meno il supporto del personale medico.
Sul caso interviene anche la politica. Marta Evangelisti, capogruppo di Fratelli d’Italia in Regione Emilia-Romagna, parla di una vicenda che «solleva interrogativi pesanti sulla capacità della sanità regionale di garantire una vera presa in carico delle persone più fragili». Secondo l’esponente d’opposizione, dopo il passaggio al pronto soccorso e la prima valutazione del Centro di salute mentale, fissare il successivo appuntamento ai primi di agosto «lascia molte perplessità». «Di fronte a una situazione psichiatrica delicata non bastano una visita, una terapia e un rinvio: servono presenza e monitoraggio». Evangelisti ha inoltre presentato un’interrogazione chiedendo alla Regione di chiarire se il percorso seguito sia stato adeguato e di valutare protocolli condivisi tra sanità, fdo e sistema dell’emergenza-urgenza.
L’inchiesta dovrà accertare le responsabilità. Intanto resta una cronologia che pesa: il 20 giugno il pronto soccorso, la visita al Centro di salute mentale, la terapia, l’appuntamento ai primi di agosto. Il 19 luglio, prima che quel giorno arrivasse, la morte al Pilastro.




