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Mario Roggero, ecco perché tanti italiani stanno con il gioielliere

di Nicolò Zanonsabato 25 luglio 2026
Mario Roggero, ecco perché tanti italiani stanno con il gioielliere

4' di lettura

Tanti italiani stanno col gioielliere perché è venuta meno la protezione dello Stato I cittadini sono solidali con l’orefice condannato in Cassazione e pensano che sia necessario difendersi da soli. È compito della politica restituire la fiducia nelle istituzioni, che affidano all’autorità pubblica il monopolio della forza legittima.

È possibile una riflessione a freddo, e non sull’onda dell’emotività, sul caso Roggero e su tutto ciò che esso significa? Se lo è, ci sono alcune domande che dobbiamo porci con grande franchezza, cercando anche, con altrettanta franchezza, qualche risposta. Come mai, dunque, molti italiani pensano che il gioielliere di Grinzane Cavour abbia fatto bene a fare quel che ha fatto? Perché mai solo in pochi ritengono che la sua non sia stata un’autentica legittima difesa contro un’aggressione attuale e ingiusta? Perché in pochi, allo stesso modo, pensano che egli sia responsabile di un vero e proprio duplice omicidio (anche se, in fin dei conti, ha sparato alle spalle di due malviventi che ormai fuggivano, cercando oltretutto di finire con un colpo di grazia quello che a terra già rantolava)? E perché sempre in pochi sembrano percepire un disvalore nel togliere la vita a qualcuno, se ha appena tentato di rapinarti, scegliendo così la semplificazione del “se l’è cercata”?

Lasciamo da parte le spiegazioni fornite da professorini col ditino perennemente alzato o da sociologi progressisti in servizio permanente effettivo. Lasciamo da parte anche le, pur corrette, precisazioni provenienti dalla categoria dei giuristi, di cui io stesso faccio parte.

I GIURISTI

Per noi giuristi, in effetti, è evidente che non si è trattato di legittima difesa, e qualcuno di noi sostiene che, al più, i vari Tribunali e Corti che hanno giudicato il caso avrebbero soltanto potuto infliggere al Roggero una pena di qualche anno inferiore a quella effettivamente subìta, seguendo procedure e ragionamenti che non è il caso di riprendere qui.

Ma perché, invece, le persone che vivono la vita normale, e non fanno i sociologi o i professori, sono istintivamente non distanti, diciamo così, dall’approvare il comportamento di Roggero? Ridotta all’essenziale, credo che la questione sia questa.

Per consentire la convivenza pacifica di una comunità di persone, che riconoscono una sola autorità legittima e a questa conferiscono i poteri necessari a garantire ordine e sicurezza, deve funzionare un semplice scambio: quello tra protezione e obbedienza. Tu, potere pubblico, proteggi la mia vita e quella dei miei cari, il mio lavoro e i miei commerci. E proprio in cambio di questa protezione, io accetto di rispettare le regole (le leggi) che tu detti, in nome della garanzia della pace pubblica. Questo scambio consente di affidare il monopolio dell’uso legittimo della forza solo a chi appartiene al potere pubblico, e quindi a non consentire il farsi giustizia da sé. Questo, appunto nell’essenziale, ci insegnano i pensatori classici (i contrattualisti, Hobbes in prima fila) e questo, in tempi a noi vicini, ci spiegava un grande della scienza politica italiana del Novecento, Gianfranco Miglio. L’obbligazione politica, come lui la chiamava, si regge su questo semplice scambio.

LA PAURA PREVALE

Bene. Ma che succede se questo scambio sembra non funzionare più? Se la percezione dell’insicurezza prende a dominare tutti noi, e se non si tratta di mera o isterica immaginazione, bensì di quel che vediamo intorno a noi, nei nostri quartieri, sui mezzi pubblici che frequentiamo? Succede che la paura prevale e siamo portati a pensare che dobbiamo difenderci da soli, che perciò, a fronte di un’aggressione ingiusta alla nostra persona e ai nostri beni, la difesa è sempre legittima e non deve necessariamente essere proporzionata all’offesa che stiamo ricevendo. In una parola, che possiamo farci giustizia da soli.

Servono a poco, a questo punto, le perorazioni moraleggianti o scandalizzate, spesso provenienti da chi vive in contesti che gli consentono, in un modo o nell’altro, di non doversi confrontare con la vita reale dei suoi simili.

Serve invece una presa di coscienza (ahimè, proprio come si diceva negli anni Sessanta...) basata su un assunto altrettanto semplice quanto quello che sta alla base della obbligazione politica. Come hanno sempre insegnato i classici del pensiero politico, se si vuole evitare la guerra civile di tutti contro tutti (il bellum omnium contra omnes di Hobbes), si deve riconoscere che la sicurezza è un diritto fondamentale di tutti, e che le politiche che ragionevolmente la perseguono non sono affatto, come racconta il discorso politically correct dominante, il frutto di un mero istinto, odi un atteggiamento isterico, antiliberale e autoritario. Sono invece lo strumento essenziale per ridare a tutti noi la necessaria fiducia nei pilastri dello Stato di diritto, che affida all’autorità pubblica il monopolio dell’uso legittimo della forza.