Non tutte le strade portano a Roma. E sì, è un po’ la fine di un mito e anche un mezzo choc nazionale per noi qui, con gli occhi sempre puntati sull’urbe, eterna, splendente, imperiale. Con quelle sue vie famose in tutto il mondo, lastricate, perfette, che raggiungevano ogni provincia, capolavori indiscussi di ingegneria che facevano la differenza (e mica solo per fini militari). Solo che non tutte finivano sotto il Colosseo. Lo dice (adesso) una ricerca condotta da Adam Pažout (dell’universitat autònoma de Barcelona), da Matteo Mazzamurro (della Queen Mary university di Londra) e dal gruppo danese di Tom Brughmans (un archeologo dell’università di Aarhus).
Si son messi lì, questi pazienti universitari, con una cartina e un libro di storia, e hanno di fatto creato il “google maps” di quando non c’era google maps: hanno cioè passato al setaccio l’intera rete viaria dei romani e l’hanno analizzata con gli strumenti della scienza (santa scienza) delle reti, quelli per capirci che si usano per studiare il traffico aereo o la diffusione di un virus. Be’, ne è venuto fuori un sito (consultabile da chiunque all’indirizzo itiner-e.org) che è un po’ “street view” e un po’ un manuale di storia antica: interattivo, digitale, interconnesso. Lo stradario virtuale di un mondo che non c’è più (ma fa differenza?), con indicazioni e località riportate in latino, con tutte le informazioni che sono riusciti a mettere assieme sui segmenti, i ponti e gli interscambi delle “autostrade” di 2mila anni fa.
La prima pubblicazione di questa ricerca è avvenuta su Scientific Data: segue (letteralmente) 299.171 chilometri di strade, 110mila in più di quanti se ne stimassero prima tra l’altro, che è già un record di per sé, 14.769 tratti in tutto, di cui 103mila chilometri di grandi arterie e quasi 196mila di viabilità minore, quella che per secoli nessuno si era preso la briga di disegnare su una cartina. Costruirla (nel senso della cartina) ha richiesto cinque anni, e una pazienza da amanuensi spesa tra rapporti di scavo, punti di riferimento sul terreno, immagini satellitari, ogni pezzettino incrociato segmento per segmento (quasi 300mila chilometri totali che sono sette volte l’equatore: e di cui, d’accordo, solo il il 2,7% è localizzato con certezza; il restante 89,8% è ricostruito con buona approssimazione e il 7,4% è dichiaratamente un’ipotesi: però è lo studio più specifico fatto fino a ora).
Quel che viene fuori dai calcoli degli archeologi è che il baricentro della rete non stava affatto sul Tevere. Le strade servivano soprattutto a tenere insieme le capitali di provincia, funzionavano per direttrici trasversali, e nella tarda antichità il nodo più centrale per chi si muoveva via terra era diventato (addirittura) Bisanzio. Roma c’era, ovvio, di certo è da lei che è nato tutto, ma alla fine più come una delle grandi stazioni del percorso che come centro nevralgico di un impero oramai terminato. L’idea, insomma, che tutte le vie si congiungessero nella capitale, più che una descrizione geografica potrebbe essere considerata un’indicazione politica.
Ma c’è dell’altro. È che guardala lì, è la conferma, l’Appia è dritta ma solo per un pezzo. Finché resta nel Lazio è la strada romana che abbiamo in mente tutti, appena esce si riempie di curve come le altre. Qualche giorno fa Brughmans ha pubblicato un rapporto su Nature communications: «La maggior parte di queste strade», si legge in questo secondo lavoro, «non era affatto dritta». Qui la spiegazione è forse meno romantica: gli ingegneri romani il rettilineo lo preferivano, quando potevano, ma il paesaggio aveva l’ultima parola. Una sorta di battaglia fra il territorio e la tecnologia del tempo, vinceva (allora come oggi) chi riusciva a spuntarla, quasi sempre la natura. Il risultato, tuttavia, è che le strade romane sono mediamente meno dritte delle nostre statali odierne, e vaglielo a dire a cheti che le citano sempre come esempio di rigore.




