Svanita nel nulla. Lei, la vera, indiscussa protagonista del giallo di Garlasco. La presenza su cui si sono consumate centinaia di ore di lavoro degli inquirenti e migliaia di ore di talk show: la bicicletta dell’assassino. Che dalle prime ore dopo la morte di Chiara Poggi irrompe nella scena dell’inchiesta, grazie alla testimonianza di una occhiuta vicina di casa, e da lì in avanti si impone come attore cruciale del dramma. E diciannove anni dopo sparisce all’improvviso dalla ribalta. Non se ne sa più nulla, come se non fosse mai davvero esistita. Nella nuova ricostruzione dell’assassinio di Chiara, la bicicletta non ha più un ruolo. E insieme alla bici svaniscono inevitabilmente di scena i pedali, su cui si sono accapigliati fino allo sfinimento consulenti, pm ed avvocati. È una sparizione che lascia almeno due interrogativi irrisolti. Il primo: la teste, la famosa Franca Bermani, quella bici appoggiata al muro di casa Poggi se l’è sognata? Il secondo: se il vero assassino non è Alberto Stasi ma Andrea Sempio, come diavolo c’è arrivato nella villa di via Pascoli, prima di compiere il suo brutale delitto e andarsene - come sostengono i carabinieri - dal retro, magari scavalcando il muro di cinta?
I DUE ORARI
Per capire il peso specifico che la “bicicletta nera da donna” - così la descrisse la Bermani - ha avuto nei processi a Stasi bastano due cifre: nella sentenza del giudice Stefano Vitelli che nel 2009 assolve l’ex fidanzato di Chiara la parola “bicicletta” ricorre 146 volte, “pedali” 89 volte. Nelle sue conclusioni, Vitelli non ha dubbi: la bicicletta c’era davvero, era il mezzo usato dall’assassino per arrivare in via Pascoli e per andarsene, ma non era la bici di Stasi. A convincere il giudice che il velocipede è collegato direttamente al colpevole è la coincidenza quasi perfetta tra due orari. Alle 9,12 Chiara stacca l’allarme di casa; intorno alle 9,10 recandosi a trovare sua figlia in via Pascoli - la Bermani vede “a pochi metri di distanza” la bicicletta nera che descriverà con precisione fotografica. L’assassino è appena arrivato, è appena entrato. Nella villa è già iniziato il dramma. Il racconto della Bermani è cruciale anche per fissare l’ora in cui tutto è finito: alle 10,20, quando si affaccia di nuovo in strada, la bici non c’è più. Chiara è già morta, l’assassino se n’è andato.
Da quel momento la caccia all’assassino si trasforma in caccia alla bicicletta. E a spedire poco più di un mese dopo Stasi in carcere è proprio il ritrovamento certificato dal Ris - del sangue di Chiara, poi retrocesso a semplice Dna, sui pedali della sua bici, una costosa Umberto Dei da collezionisti. È il ritrovamento che, secondo le novità di questi giorni, venne smentito subito dopo da altre analisi, che però i Ris si tennero nel cassetto. Nella sua sentenza di assoluzione il giudice Vitelli scrive che il Dna della vittima sui pedali della Dei c’è, ma non significa nulla per un motivo semplice: la Dei di Alberto non è la due ruote vista dalla Bermani in via Pascoli, non gli assomiglia per niente, e infatti la Bermani in aula è categorica: «Dichiarava di ricordarsi ancora bene della bicicletta vista quella mattina, escludeva con sicurezza che si trattasse di quella mostratale in fotografia, evidenziando fra l’altro la diversità del modello, del colore, del manubrio, della sella (nera e non marrone), dei copri ruota posteriori (neri e non marroni)».
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"Non mi sembra ci siano argomenti tali da arrivare a un vero e proprio processo. Se capiterà di dover andare...Da lì in avanti, un mezzo finimondo. Perché nel frattempo saltano fuori le altre biciclette di casa Stasi, in un vortice di contraddizioni vere o presunte della famiglia di Alberto - l’ultima, pieghevole, la trova il sostituto procuratore generale Laura Barbaini addirittura nel 2014 durante l’inchiesta bis, in un box a Spotorno - e si scatena il giallo dei pedali scambiati. Che parte da un dato di fatto, perché quel tipo di pedali con la Dei da collezione non c’entrano niente, dalla fabbrica e dal negozio esce con pedali tutti diversi. Morale della favola, anzi della teoria: Stasi li ha tolti dalla bicicletta che ha usato davvero, una Holland di famiglia prelevata dal magazzino del padre, perché temeva che portassero tracce. E invece di buttarli via li ha montati sulla Dei. Un comportamento senza molto senso, che però attraversa tutti i lunghi anni dei processi.
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Alla fine, la sentenza di Cassazione che condanna Stasi se la cava a metà strada, dice che i pedali trovati sulla Dei non sono originali ma non c’è prova che venissero dalla Holland. Nel frattempo al maresciallo dei carabinieri Francesco Marchetto chiedono di spiegare perché non andò subito a perquisire il magazzino di papà Stasi, lui se la cava così male che finisce condannato per falsa testimonianza. Se la Holland nera fosse stata acquisita subito, molte domande non sarebbero rimaste lì, sul tavolo, ad aggrovigliarsi per lustri e lustri.
NUOVO SCENARIO
Ora tutto cambia. Stasi è innocente, dicono le nuove indagini della Procura di Pavia. L’assassino, scrivono i carabinieri del Nucleo investigativo di Milano, è Sempio: che “si è recato presso la villetta di via Pascoli con l’intento di avere un rapporto sessuale con Chiara”. Dicono così, “recato”, senza specificare. Stesso verbo per descrivere la fuga, “ipotizzabile che si sia recato a casa della nonna percorrendo la strada posta dietro la villetta”. Quindi la bici non c’è mai stata, la Bermani e anche Manuela Travain, l’altra vicina che dice di averla vista, si sono inventate tutto. Oppure la bicicletta era lì davvero, lasciata lì proprio nei minuti del delitto da uno che passava per caso, e che in tutti questi anni non si è fatto avanti per dire: scusate, era la mia. Possibile?




