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Italia, Servizio pubblico: un'eccellenza indebolita dalla burocrazia

di Marco Petrellidomenica 11 ottobre 2026
4' di lettura

Facciamo bene a vantarci di avere una sanità e una scuola che, nonostante le criticità, rappresentano ancora una delle grandi infrastrutture sociali del nostro Paese. La professionalità del personale, l'universalità dell'assistenza sanitaria e l'accessibilità dell'istruzione pubblica costituiscono un patrimonio che non dovrebbe essere dato per scontato.

Ma anche un'eccellenza ha il suo punto debole. E se per le eccellenze alimentari può essere la concorrenza di prodotti contraffatti o una difficoltà nel promuoverle, per il settore pubblico è, senza dubbio, la burocrazia.

Origini lontane

La burocrazia non è nata ieri. La pubblica amministrazione italiana affonda le proprie radici anche negli apparati degli Stati preunitari e, dopo l'Unità, il nuovo Regno dovette utilizzare una parte delle strutture e del personale già esistenti.

Era soprattutto una necessità pratica: amministrazione, giustizia, ordine pubblico e fisco richiedono personale qualificato e non possono essere costruiti dal nulla.

La storia europea offre esempi analoghi. Dopo il 1945, sia nella Germania occidentale sia in quella orientale la ricostruzione degli apparati statali dovette confrontarsi con il problema della continuità amministrativa e dell'utilizzo di personale proveniente dai precedenti ordinamenti. Anche nella Repubblica italiana una parte del personale proveniente dall'ordinamento monarchico e dal periodo fascista continuò a prestare servizio.

La continuità è indispensabile per far funzionare lo Stato, ma può diventare un problema quando strutture e procedure sopravvivono a lungo alle ragioni per cui erano state create.

Il gioco delle percentuali

«Se vincerà la destra porterà al 5% del Pil la spesa militare, se vinceremo noi porteremo al 7% la spesa sanitaria».

Le parole della segretaria del PD Elly Schlein, all'inizio di ottobre, rappresentano bene una comunicazione politica spesso concentrata sulle percentuali. Cinque, sei, sette per cento del PIL: numeri importanti, ma che da soli raccontano soltanto una parte della storia.

Sanità, istruzione, difesa e cultura non sono compartimenti appartenenti a schieramenti diversi: sono funzioni dello stesso Stato. Il problema, quindi, non è soltanto quanto denaro viene stanziato, ma quanto riesce effettivamente a trasformarsi in un servizio efficiente.

Nel 2024 la spesa pubblica italiana complessiva per l'istruzione ha raggiunto circa 89 miliardi di euro, pari al 4% del PIL, meno della media europea. Secondo l'OCSE, tra il 2015 e il 2023 la spesa italiana per l'istruzione primaria e secondaria è scesa dal 2,8% al 2,7% del PIL, contro una media OCSE del 3,1%.

Per la Difesa il confronto è più complesso. Il bilancio del Ministero della Difesa per il 2026 è di circa 32 miliardi di euro, mentre secondo la metodologia NATO la spesa italiana raggiunge circa 48 miliardi. Non è una contraddizione: sono criteri contabili differenti.

I conti in tasca allo Stato

Il solo Ministero dell'Istruzione e del Merito ha avuto nel 2025 impegni per circa 57,7 miliardi di euro. Di questi, 50,9 miliardi, quasi il 90%, erano destinati ai redditi da lavoro dipendente.

L'istruzione è naturalmente un settore ad alta intensità di lavoro: non si può avere una scuola senza insegnanti e personale. Ma proprio per questo la struttura della spesa è rigida.

Con oltre un milione di persone impiegate, il sistema scolastico rappresenta uno dei più grandi datori di lavoro del Paese. Una quota enorme delle risorse viene quindi necessariamente assorbita dal personale, lasciando meno margine per edilizia scolastica, manutenzione, tecnologie, laboratori e innovazione.

Questo non significa che gli insegnanti siano il problema. Al contrario, sono parte dell'eccellenza del sistema. La questione riguarda il modo in cui le risorse vengono organizzate.

Com'è possibile che un comparto di queste dimensioni continui a registrare carenze di insegnanti, retribuzioni meno competitive rispetto a quelle di lavoratori con analogo livello di istruzione in altri Paesi e strutture ancora problematiche?

La domanda non è contro chi lavora nella scuola, ma contro la macchina amministrativa che dovrebbe consentirgli di lavorare meglio.

Anche il passaggio dalla leva obbligatoria a un modello basato sul personale volontario e professionale ha rappresentato, nella Difesa, un esempio di come la riduzione degli organici possa essere accompagnata da maggiori investimenti nella professionalizzazione, nell'addestramento, nella manutenzione e nell'equipaggiamento. Scuola e Difesa non sono naturalmente comparabili, ma il principio rimane: non conta soltanto quanto si spende, ma come si distribuisce la spesa.

La sanità e la burocrazia

Per la sanità il discorso è ancora più complesso.

L'Italia destina al Servizio sanitario nazionale risorse molto rilevanti, anche se il rapporto tra spesa sanitaria pubblica e PIL rimane inferiore a quello di diversi grandi Paesi europei.

Aumentare il finanziamento, però, non basta. Una parte delle difficoltà nasce da modelli organizzativi stratificati nel tempo, procedure complesse e una quantità crescente di adempimenti che gravano direttamente sui professionisti.

Pensiamo alla documentazione che un medico deve compilare dopo un intervento, alle procedure amministrative di un ricovero, alle certificazioni e ai diversi sistemi informatici che spesso non comunicano efficacemente tra loro.

La digitalizzazione avrebbe dovuto semplificare questo processo. In alcuni casi lo ha fatto; in altri ha semplicemente trasformato la carta in un documento elettronico, lasciando quasi invariata la complessità.

Spendere meglio

Questo è il nodo centrale.

Non si può risolvere ogni difficoltà aumentando semplicemente la quantità di denaro destinata ai singoli comparti. Ma neppure ogni riduzione di spesa rappresenta automaticamente una riforma.

Una pubblica amministrazione efficiente dovrebbe essere valutata sulla capacità di trasformare le risorse disponibili in servizi: meno passaggi burocratici inutili, procedure più semplici, sistemi informatici realmente inter-operabili, responsabilità più chiare e tempi amministrativi più brevi.

E soprattutto una domanda dovrebbe accompagnare ogni decisione di spesa pubblica: quanto di ciò che spendiamo arriva realmente al cittadino?

Scuola, sanità e difesa non sono tre concorrenti che combattono per una fetta della torta. Sono tre funzioni fondamentali dello stesso Stato.

Difendere il servizio pubblico significa quindi anche avere il coraggio di guardare dentro la sua macchina amministrativa e chiedersi quali ingranaggi siano ancora indispensabili e quali continuino a girare soltanto perché nessuno ha mai avuto il coraggio di fermarli.

Perché il problema dell'Italia non è necessariamente avere uno Stato che spende troppo o troppo poco.

È avere uno Stato che, troppo spesso, fatica a trasformare ciò che spende in ciò di cui il cittadino ha realmente bisogno.