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Quei compagni che odiano le divise: "Cacciamo i militari"

di Francesco Storacegiovedì 5 novembre 2026
Quei compagni che odiano le divise: "Cacciamo i militari"

3' di lettura

Riscrivono la storia. Confondono la guerra con la sua fine. E così il 4 novembre si trasforma in una data belligerante tanto per andare contro “le destre”.
Ci abbiamo fatto l’abitudine, ma la notizia c’è. In varie piazze e scuole d’Italia proprio la data che celebra la fine della prima guerra mondiale - la Vittoria - diventa pretesto per iniziative rosse di antimilitarismo. A distinguersi con i consueti slogan che tanto piacciono a chi odia le divise, persino quelle delle Forze Armate, il cosiddetto “Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole” che ha organizzato in più di 30 città presidi con lo slogan: «Il 4 novembre non è la nostra festa».
Non vi faremo gli auguri, allora, si potrebbe replicare. Ma ecco cosa urlano: il 4 novembre - Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, restituita per legge nel 2024 - sarebbe «una festa imposta dall’alto» per «educare alla guerra». Mica finisce così. Per i protestanti in servizio permanente effettivo, le scuole sarebbero invase da militari che fanno lezione su bullismo, legalità, violenza di genere, per fare reclutamento mascherato.

La follia batte anche su altri tasti: la “Cultura della Difesa” nelle scuole sarebbe propaganda bellica e nazionalismo e quindi tornano a invocare obiezione di coscienza, separazione tra scuola e comparto militare-industriale, e l’immancabile sostegno alla Palestina. un errore sottovalutare questi segnali di ostilità aperta a quello che è un dovere costituzionale come la Difesa della Patria, ma sono fatti così. E influenzano anche i media. Una testata regionale come il Corriere dell’Umbria ha fatto invece una scelta di campo, titolando la prima pagina come «uno schiaffo ai soldati». E del resto le “proteste” a 24 ore dalla sepoltura dei quattro militari morti in Bosnia sono state davvero di pessimo gusto. Ma deve essere un atteggiamento “tradizionale” di certa sinistra. Come dicevamo, il 4 novembre non celebra la guerra. Celebra la fine della guerra. infatti l’anniversario dell’armistizio del 1918. 650.000 morti italiani. Si commemorano i Caduti, non si festeggiano i cannoni. Confondere la memoria con la propaganda è un errore storico.

Quei manifestanti erano in buona compagnia. A dare loro l’esempio la deputata di Avs Elisabetta Piccolotti, che si è scagliata contro i soldati che starebbero reclutando bambini sui banchi di scuola. Anche ieri, forse soprattutto ieri, si è distinta. Evidentemente, per lei un bambino dell’asilo che va a deporre una corona ai Caduti a Camburzano, o un bambino delle elementari in Toscana che riceve un quaderno dai “genitori in divisa”, non è educazio«militarizzane civica. zione dell’infanzia». Reclutamento mascherato. La scuola trasformata in «ufficio di collocamento delle Forze Armate». così che si confonde il soldato con il nemico. Invece per un bambino di sei anni, il carabiniere che lo fa salire sulla moto o l’alpino che gli mette il cappello in testa non è un reclutatore. l’uomo che l’ha salvato dal terremoto, dall’alluvione, che lo ha aiutato ad attraversare la strada.

Piccolotti vede un soldato e pensa a un fucile. Un bambino vede un soldato e pensa a un eroe. Chi ha il problema? come quando Avs si pone il problema dei poliziotti. Quando i suoi studenti occupano e spaccano, la polizia non deve entrare. Quando i carabinieri chiedono chi andrà in corteo, è «Stato di polizia».
Ma quando a Milano spaccano le vetrine, la Piccolotti chiede «dov’era lo Stato?». Non si può avere la polizia assente quando ti fa comodo e presente quando ti serve. Ma davvero ci si dovrebbe scandalizzare per un bambino che stringe la mano a un soldato il 4 novembre? E magari non ci si interroga su un bambino che a dodici anni vede un professore che gli spiega che l’Italia è un Paese colonialista e genocida. Per quelli come la Piccolotti il primo è indottrinamento, il secondo è educazione. Invece è esattamente il contrario. D’altronde la sinistra ormai è contro il buonsenso e vuole imporre il proprio pensiero a tutti.