Askatasuna avrebbe dovuto infiammare di nuovo le piazze torinesi. E invece nel corteo di ieri a prendere fuoco è stata giusto qualche bolletta dell’Enel. Uno dei principali avamposti dell’antagonismo italiano sta perdendo i pezzi, e si mostra in strada a ranghi ridotti, costretto a cercare nel carovita e nel «no al riarmo» i miseri collanti che la sola presenza della propria bandiera non garantisce più.
Circa tremila persone ancora presenti nel tardo pomeriggio, secondo la cronaca della manifestazione. Ma è una stima generosissima, e comunque lontana dalle decine di migliaia delle precedenti mobilitazioni (che costano alla collettività 100mila euro l’una di solo dispositivo di sicurezza). Nessuno scontro, nessun coro contro la polizia.
Askatasuna, 16 misure cautelari per gli scontri: chi finisce in manette
"Dissenso e protesta sono sempre legittimi ma non possono mai sfociare in aggressioni e disordini. Chi scende in pi...IL PESO DELLE INCHIESTE
Sul ridimensionamento palese pesa il colpo giudiziario inferto alla galassia antagonista appena tre giorni fa: sedici misure cautelari per le violenze del 31 gennaio, con un esponente, il 27enne Stefano Millesimo, ritenuto dagli investigatori «regista» degli scontri insieme a Nicolò Araldi e Ferdinando Gentile, finito ai domiciliari. Le contestazioni, a vario titolo, comprendono anche il tentato omicidio per il tristemente noto blindato incendiato con l’agente Luigi Marchese a bordo. In quei disordini rimasero feriti 103 appartenenti alle forze dell’ordine e vennero danneggiati beni per 283mila euro in due ore di guerriglia. Senza i volti di riferimento (compresa anche Sara Munari, altra leader di Aska, già ai domiciliari da qualche settimana), ad aprire il corteo ha provveduto un trattore e lo striscione «No al carovita, vogliamo dignità. Cacciate fuori i soldi». In corso San Maurizio sono state incendiate simbolicamente centinaia di bollette, e scandito lo slogan: «Noi la guerra non la paghiamo». Il bersaglio principale resta il governo: «Soldi non ce ne sono più Giorgia Meloni, non ne abbiamo più, se li è mangiati tutti il governo», dicono i portavoce che invocano le dimissioni della premier.
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"Meloni come Krik". È questa la scritta, accompagnata dal disegno di un mirino, apparsa nei giorni scor...A Porta Palazzo il microfono passa a Brahim Baya. Il suo curriculum pubblico comprende il sermone pro-jihad a Palazzo Nuovo occupato del 17 maggio 2024, gli elogi ai capi di Hamas, la campagna elettorale per il no al referendum sulla giustizia in nome della «lotta all'islamofobia del governo». Ieri ha parlato in arabo, indicando in Meloni, Matteo Salvini e Silvia Sardone i principali antagonisti, e mobilitando la comunità islamica: «Dobbiamo essere parte di questo Paese: non soltanto per lavorare, costruire palazzi o mandare avanti le aziende, ma anche per rivendicare i nostri diritti. Tutti i nostri diritti». Poi, in italiano, ha intonato il coro: «Palestina libera dal fiume fino al mare».
Intanto al Campus Einaudi l’occupazione rossa prosegue. I confronti avviati a livello istituzionale non hanno restituito le aule agli studenti, con la Regione che sta provando a mettere a disposizione spazi alternativi per le lezioni. Il vicepresidente Maurizio Marrone ha chiesto giovedì alla rettrice Cristina Prandi un passo concreto: «La Regione fa la sua parte però anche il Rettorato dia un segnale forte riaprendo le palazzine di vetro non occupate». I collettivi, invece, tirano dritto: «Ogni polo sarà una barricata».
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A fornirgli copertura accademica quasi duecento firme di docenti e dipendenti, comprese quelle di tre delegati della rettrice. Tutte apposte su un documento che riconosce «la piena legittimità di forme di protesta come l’occupazione» e sostiene che la sospensione della didattica tradizionale, «lungi dal rappresentare una negazione del diritto allo studio», non abbia fermato la vita culturale del Campus. Per circa 17mila studenti, però, le lezioni sono passate a distanza in stile lockdown. Per non parlare dei bavagli imposti ai giovani del Fuan che hanno tentato di rivendicare l’accesso ai corsi. Gli occupanti decidono come usare gli edifici, gli altri si colleghino da casa o partecipino alle loro «lezioni alternative». Magari per imparare a confezionare molotov. In questo clima, già surreale, l’aspetto più assurdo è che per una parte dell’università il diritto allo studio goda di ottima salute.




