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Rogoredo, la rivolta degli spacciatori: "Vendeva poca droga..."

di Massimo Sanvitogiovedì 29 gennaio 2026
Rogoredo, la rivolta degli spacciatori: "Vendeva poca droga..."

4' di lettura

Da Torino a Milano è un attimo. Da cugino a cugino, ancora meno. Il campo rom e il bosco dell’eroina, seppur diversi per composizione e regole, sono esattamente uguali nel loro disprezzo della legalità. E così, rubare e spacciare per chi li popola non è sbagliato, anzi è un lavoro a tutti gli effetti. E quindi è inammissibile che uno di loro possa morire mentre si guadagna la pagnotta. «L’hanno ammazzato. Sì, spaccia, stava lavorando. Vendeva solo 20 grammi al giorno di bianca e di nera, mica tre chili... Potevano sparargli ai piedi. Ma non ammazzarlo. Lascia una figlia di quattro anni...», ha detto ai microfoni del Tgr Lombardia il cugino di Abderrahim Mansouri, un altro dei tanti, troppi, pusher che da anni bazzicano l’area maledetta di Rogoredo.

Chissà se il 28enne marocchino che ha minacciato con una pistola a salve la polizia perché stava osando rovinargli la serata d’affari, era alle dipendenze di qualche azienda del settore oppure un libero professionista. E chissà se l’Inail avvierà le pratiche per risarcire la famiglia. Quello che sappiamo con certezza è che la rivolta del Nuovo sindacato degli spacciatori trova il favore della sinistra più radicale. «Respingiamo la normalizzazione degli omicidi di polizia, facciamo luce sui fatti di Rogoredo», arringa la sezione milanese di Potere al popolo. Il partito dei centri sociali cucina un gran minestrone: dalla speculazione edilizia, perché la zona della sparatoria «è tutt’altro che casuale: siamo a poche centinaia di metri dal nuovo palazzetto dell’hockey per le Olimpiadi, nel cuore di una zona attraversata da enormi interessi speculativi», al trito e ritrito razzismo di Stato per via degli «altri omicidi da parte della polizia che hanno coinvolto giovani di seconda generazione». Immancabile, poi, il riferimento all’Ice americana. «Non possiamo non considerare che tutto ciò avviene in quello che viene definito il “mondo delle democrazie occidentali”, con gli Stati Uniti come Paese autoproclamato capofila: una nazione in cui l’Ice uccide persone a sangue freddo per strada, la stessa che questa città vorrebbe accogliere», prosegue la nota-delirio.

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A rincarare la dose ci pensano le loro giovani leve, ovvero i giovani comunisti di Cambiare rotta (universitari) e Opposizione studentesca d’alternativa (Osa). «Milano non vuole sfigurare per l’arrivo dell’Ice», il titolo del volantino social. I piccoli compagni chiedono che «venga fatta luce, soprattutto rispetto alla natura di queste presunte operazioni anti-spaccio». Presunte? Non sapevamo che a Rogoredo si vendessero zuccherini (la bianca?) e cioccolatini (la nera?).
Ma andiamo oltre. «Nei quartieri la sicurezza non si fa con le pistole, si fa con i diritti e la dignità», sentenziano gli studenti rossi. Probabilmente gli agenti, alla vista del pusher che impugnava un’arma puntandola verso di loro, avrebbero dovuto porgergli un manuale di filosofia teoretica anziché sparargli. Magari...
Poteva mancare il razzismo?

Certo che no. «Non è un caso che entrambi gli episodi (l’altro è quello che coinvolse Ramy, ndr) siano avvenuti in un quadrante periferico della città che negli anni l’amministrazione Sala ha sempre trascurato ma che oggi, di fronte alle Olimpiadi, è tornato a essere epicentro di importanti interessi speculativi, i quali ora impongono processi di riqualificazione sociale, militarizzazione e criminalizzazione del deserto sociale che questo modello di città ha creato, attraverso una propaganda razzista e xenofoba». Dunque, meglio i tossici in coda per la dose giornaliera di cocaina ed eroina rispetto ai futuri concerti ed eventi nel nuovo Pala Italia. È un mondo che gira al contrario quello dei compagni: non c’è nulla da fare. La realtà, invece, dice che Abhderraim Mansouri era quasi un “quadro” nell’organizzazione di famiglia, uno dei capi che manovrano gli spacciatori nella piazza di Rogoredo.

Irregolare in Italia, il suo nome è comparso nei verbali di polizia per la prima volta il 28 agosto del 2016, quando era scappato a un controllo e aveva preso a calci e pugni un carabiniere (dodici giorni di prognosi per una lesione al polso) dopo aver cercato di strappargli l’arma d’ordinanza. Condannato, ma con pena sospesa, il 28enne marocchino è tornato a fare ciò che gli riusciva meglio: vendere droga. Il 30 maggio del 2021 è stato nuovamente arrestato per spaccio e ancora nel settembre del 2022. A quel punto, per lui, si erano finalmente aperte le porte del carcere (a Cremona). Ma nel 2023 era stato liberato, grazie a un affidamento in prova ai servizi sociali (poi terminato nel 2024). L’anno scorso, durante un controllo, la polizia gli aveva trovato in tasca un permesso di soggiorno spagnolo. E ancora: sul finire del 2025 gli agenti del Commissariato Mecenate gli avevano appioppato un’altra denuncia per spaccio e una per ricettazione. La famiglia del pusher, intanto, ha chiesto che «venga accertata tutta la verità, perché non convince affatto la versione resa dall’agente». Ora ci aspettiamo una targa a Rogoredo: “Abhderraim Mansouri, lavoratore indefesso”.

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