Le immagini documentano una lunga serie di teli davanti al Bruzzi-Malatesta, lo stabile occupato per il quale si avvicina lo sgombero. In strada la “A” cerchiata di anarchici e slogan contro il carcere. Resta una domanda per Palazzo Marino: quelle installazioni sono autorizzate? Non è una segnalazione anonima né una fotografia recuperata sui social. Le immagini scattate in via Ettore Torricelli a Milano mostrano chiaramente una lunga sequenza di grandi striscioni esposti lungo la strada, davanti agli spazi riconducibili al Bruzzi-Malatesta.
La localizzazione non lascia spazio a dubbi: in una delle fotografie è perfettamente riconoscibile la targa di via E. Torricelli, mentre alle spalle dei teli compaiono le scritte “Bruzzi-Malatesta” e “Biblioteca”. E sono soprattutto le parole dipinte su quei lenzuoli ad attirare l’attenzione. Su uno campeggia la frase: "Il carcere ammala e uccide. Liberiamocene", accompagnata da una “A” cerchiata rossa, simbolo storicamente associato all’anarchismo.
Pochi metri più in là compare un altro enorme striscione. Il messaggio è ancora più esplicito: "Ovunque ci sia ingiustizia il modo più appropriato di comportarsi educatamente è attaccare". Anche qui compare in evidenza la “A” anarchica. Non sono scritte nascoste all’interno di uno stabile. Sono messaggi esposti verso la strada e visibili a chiunque attraversi la zona. Gli striscioni sono stati messi probabilmente per la vigilia dello sgombero.

La comparsa di questi messaggi assume un significato particolare alla luce di ciò che sta accadendo proprio intorno al Bruzzi-Malatesta. Sul futuro dello stabile di via Torricelli 19 incombe infatti lo sgombero e, secondo quanto riportato nelle notizie relative alla vicenda, gli occupanti hanno preparato iniziative di mobilitazione in vista dell’arrivo dell’ufficiale giudiziario e delle forze dell’ordine. È in questo clima che vanno lette le immagini provenienti dalla strada.
Da una parte c’è una vicenda amministrativa e giudiziaria riguardante un immobile occupato. Dall’altra c’è la risposta politica di un ambiente che non nasconde la propria matrice anarchica e che sceglie di comunicarla anche attraverso simboli e slogan di forte contrapposizione alle istituzioni. Ed è proprio l’accostamento tra la parola "attaccare", la simbologia anarchica e l’imminenza dello sgombero a rendere inevitabile una domanda: che significato intendono attribuire gli autori a quel messaggio?
Sarebbe scorretto trasformare automaticamente uno slogan in una minaccia o attribuirgli un significato penalmente rilevante senza elementi che lo dimostrino. Ma sarebbe altrettanto ingenuo sostenere che, nel contesto in cui viene esposto, quel verbo non meriti attenzione. «Il carcere ammala e uccide. Liberiamocene»

C’è poi l’attacco al sistema carcerario. Che le condizioni delle carceri italiane rappresentino un problema serio è indiscutibile. Sovraffollamento, suicidi, assistenza sanitaria e dignità delle persone detenute sono questioni sulle quali uno Stato civile ha il dovere di intervenire. La stessa Costituzione stabilisce che le pene non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e debbano tendere alla rieducazione del condannato.
Ma un conto è chiedere carceri migliori, più umane e realmente capaci di rieducare. Altro è appendere nel centro di una città un telo con scritto «Liberiamocene».
Perché nella discussione sulla pena non esiste soltanto chi la pena la sconta. Esistono anche le vittime. Esistono le famiglie di chi è stato assassinato, le donne vittime di violenza, le persone aggredite, rapinate o truffate. Ed esiste una comunità che ha affidato alla magistratura, attraverso le garanzie del processo, il compito di accertare le responsabilità e applicare le pene previste dalla legge. È precisamente questa la differenza tra uno Stato di diritto e la giustizia privata. Libertà di espressione, certo. Ma gli striscioni sono autorizzati?

C’è infine un’altra questione che le fotografie rendono impossibile ignorare. I teli occupano una porzione considerevole del fronte stradale e sono immediatamente visibili dallo spazio pubblico. Sono stati autorizzati? Le fotografie certificano la presenza degli striscioni, la loro collocazione in via Torricelli e il loro contenuto. Non consentono invece di stabilire se per quell’esposizione sia stata rilasciata o fosse necessaria una specifica autorizzazione. Ed è esattamente per questo che la domanda deve essere rivolta al Comune di Milano e agli uffici competenti. Quegli striscioni sono regolari? Esiste un titolo che ne consenta l’esposizione in quelle modalità? Sono state rispettate le eventuali prescrizioni previste? Sono domande semplici alle quali Palazzo Marino dovrebbe dare una risposta altrettanto semplice.
Se tutto è regolare, nessun problema: in una democrazia anche le opinioni più radicali e ostili alle istituzioni hanno diritto di essere espresse nei limiti della legge.
Se invece le autorizzazioni necessarie non ci fossero, le regole dovrebbero essere applicate esattamente come verrebbero applicate a qualsiasi altro cittadino.
Non perché quegli striscioni siano anarchici. Proprio il contrario: perché davanti alla legge non dovrebbe esistere alcuna differenza tra anarchici, associazioni, partiti, commercianti o semplici cittadini.
La scena di via Torricelli contiene, infine, un paradosso che difficilmente passa inosservato. La democrazia italiana consente di esporre persino un simbolo che rappresenta una cultura politica storicamente fondata sul rifiuto dell’autorità statale. Consente di contestare il carcere, criticare magistratura e istituzioni e sostenere pubblicamente idee radicalmente alternative all’ordinamento vigente, purché si rimanga entro i confini stabiliti dalla legge. È una dimostrazione della forza della democrazia, non della sua debolezza. Ma libertà di espressione non significa libertà dalle regole.
Chi combatte politicamente ma rispettando la legge e le istituzioni può farlo. Chi considera ingiusto il sistema può dirlo. Chi vuole cambiare radicalmente la società può sostenerlo. Non può però pretendere, proprio in nome di quelle idee, un trattamento diverso da quello riservato agli altri. Ed è qui che la vicenda di via Torricelli smette di essere soltanto una storia riguardante un centro anarchico e diventa una questione che riguarda Milano. Milano non può diventare la bacheca privata di nessuno tantomeno degli anarchici o di chi si firma tale.
Una città appartiene a tutti. Non appartiene agli anarchici, non appartiene ai partiti, non appartiene alla destra o alla sinistra e nemmeno a chi riesce a occupare uno spazio per più tempo degli altri. Lo spazio urbano è un bene comune e le sue regole valgono o almeno dovrebbero valere allo stesso modo per ciascuno.
Per questo non serve censurare gli slogan di via Torricelli. Serve qualcosa di molto più semplice: verificare se quegli striscioni siano abusivi o no e qualora lo siano e coretto applicare la legge.
E mentre si avvicina lo sgombero del Bruzzi-Malatesta, quelle fotografie pongono due domande alle quali sarebbe utile ricevere una risposta. La prima agli autori degli striscioni: che cosa significa esattamente invitare ad "attaccare" mentre è in corso una mobilitazione contro uno sgombero? La seconda al Comune di Milano: quegli enormi teli esposti lungo via Torricelli sono autorizzati e rispettano tutte le regole previste? Perché la libertà di contestare le istituzioni deve essere difesa anche quando le parole utilizzate risultano sgradevoli, provocatorie o radicali. Ma il rispetto delle regole non può essere facoltativo.
La democrazia permette agli anarchici di contestare lo Stato. Non per questo Milano deve diventare terra di nessuno. Sono certo che le istituzioni verifichino se quegli striscioni possano per legge rimanere lì oppure qualora siano irregolari che vengano rimossi e che gli autori vengano sanzionati.




