Simboli anarchici e slogan contro il carcere esposti in strada. Contestare il sistema penitenziario è legittimo; pretendere di cancellare il principio stesso della pena è un’altra cosa. Milano merita rispetto, legalità e spazi pubblici sottratti alla prepotenza ideologica. Milano non può abituarsi a tutto.
Non può abituarsi al degrado, non può rassegnarsi alla prepotenza e soprattutto non può considerare normale che pezzi della città vengano utilizzati come una gigantesca bacheca politica da chi decide autonomamente che uno spazio pubblico possa diventare il palcoscenico della propria ideologia. Le fotografie scattate in via Ettore Torricelli, a Milano, parlano da sole. Lunghi striscioni, simboli inequivocabilmente riconducibili all’immaginario anarchico e messaggi contro il sistema carcerario. Su uno si legge: "Il carcere ammala e uccide. Liberiamocene".
Su un altro compare un grande simbolo anarchico, mentre altri slogan attaccano apertamente il concetto stesso di carcere e di giustizia. È bene essere chiari: criticare le condizioni delle carceri è assolutamente legittimo. Anzi, una democrazia seria ha il dovere di interrogarsi sul sovraffollamento, sui suicidi, sulle condizioni sanitarie, sulla funzione rieducativa della pena e sulla dignità delle persone detenute. Ma affermare semplicemente "liberiamocene" significa sostenere qualcosa di radicalmente diverso.
E pensiamo alle vittime a cui probabilmente questi pseudo anarchici non pensano e scrivono di liberarsi delle carceri. Se tutti devono essere liberati, una domanda viene spontanea: e le vittime dei reati? Chi pensa alle famiglie distrutte da un omicidio? Chi pensa alle donne vittime di violenza? Agli anziani truffati? Ai commercianti rapinati? Alle persone massacrate durante un’aggressione? A chi porta per tutta la vita le conseguenze di un crimine?
Uno Stato civile non si vendica. Uno Stato civile processa, accerta le responsabilità e, quando una persona viene riconosciuta colpevole secondo la legge, applica una pena. Quella pena deve rispettare la dignità umana e deve tendere alla rieducazione, come stabilisce la nostra Costituzione. Ma giustizia non può significare impunità. Dire “liberiamocene delle carceri” può essere uno slogan facile da dipingere su un lenzuolo. Molto meno facile sarebbe pronunciarlo guardando negli occhi chi ha perso un figlio, un genitore o una persona amata a causa di un reato. Milano non è proprietà di nessuna frangia politica e neppure degli anarchici o di chi si firma tale.
C’è poi un’altra questione. La città appartiene a tutti. Le strade appartengono a tutti. Gli edifici, le piazze e gli spazi comuni non diventano proprietà di qualcuno semplicemente perché quel qualcuno decide di occuparli politicamente o di utilizzarli per esporre i propri messaggi. Nessuna ideologia conferisce un diritto speciale sulla città. Vale per gli anarchici. Vale per l’estrema destra. Vale per l’estrema sinistra. Vale per qualunque movimento politico. Le idee possono essere espresse, anche quando sono radicali e provocatorie. È uno dei fondamenti della democrazia. Ma la libertà di manifestazione e di espressione deve convivere con le norme sull’utilizzo degli spazi pubblici e con i diritti degli altri cittadini.
Milano non deve diventare terra franca per nessuno. Essere contro il carcere non significa poter ignorare la legge. La contraddizione è evidente. Si contesta lo Stato, si contesta il carcere, si contesta il sistema della giustizia. Benissimo: in democrazia si può fare. Ma proprio quella democrazia che viene contestata garantisce la possibilità di manifestare, scrivere, organizzarsi e sostenere persino l’abolizione del carcere. La libertà, però, non significa assenza di regole. Anarchia come opinione politica è una cosa. Pensare che le regole comuni non valgano per sé è tutt’altra.
Se quegli striscioni sono stati collocati nel rispetto delle autorizzazioni previste, potranno naturalmente rimanere per il periodo consentito. Se invece sono stati installati abusivamente, la risposta delle istituzioni dovrebbe essere semplicissima: rimozione e applicazione delle norme previste. Non servono crociate ideologiche. Serve uno Stato che faccia lo Stato. E sono sicuro che le istituzioni controlleranno questi striscioni se rispettano le regole.
C’è anche un errore che non dobbiamo commettere. Lasciare agli anarchici il monopolio della denuncia delle condizioni carcerarie. Il problema delle nostre prigioni esiste indipendentemente dagli anarchici. La formula "il carcere ammala, uccide" compare peraltro da molti anni in pubblicazioni dell’area anarchica e antagonista legate anche alla realtà milanese. Possiamo pretendere carceri più umane senza chiedere l’abolizione della giustizia. Possiamo chiedere celle dignitose senza dimenticare le vittime. Possiamo pretendere assistenza sanitaria e psicologica per i detenuti senza sostenere che chiunque debba essere liberato. Possiamo credere nella rieducazione senza trasformarla nell’impunità. Questa è la differenza tra affrontare un problema e utilizzarlo come bandiera ideologica.
Milano è una città libera proprio perché consente anche a chi contesta radicalmente il sistema di esprimere le proprie idee. Ma essere una città libera non significa essere una città senza regole. E la risposta agli estremismi non deve essere un altro estremismo. Deve essere la legge. Se gli striscioni sono autorizzati, si rispetta il diritto di chi li ha esposti, per quanto possiamo considerarne discutibile il contenuto. Se non lo sono, devono essere rimossi secondo le procedure previste e gli eventuali responsabili devono rispondere delle violazioni effettivamente commesse. Questo significa Stato di diritto. Non censurare un’opinione perché anarchica. Non concedere privilegi perché anarchica.
Milano non appartiene agli anarchici, né a qualsiasi altra fazione politica. Appartiene ai suoi cittadini. E chiunque voglia portare avanti le proprie battaglie, anche le più radicali, deve farlo rispettando le stesse regole che valgono per tutti. Perché la libertà senza responsabilità diventa prepotenza. E una città democratica non deve avere paura delle idee: deve avere la forza di far rispettare la legge.




