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Perna fa a "fettine" Andrea Romano:
ex comunista, oggi cane da guardia

28 Gennaio 2016

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Andrea Romano

Da un paio di mesi, si alterna con Debora Serracchiani nei Tg di tutte le ore, Andrea Romano, deputato di prima nomina. Il volto nuovo affianca la graziosa pappagalletta friulana e, a turno, fanno i trombettieri del verbo renziano. Hanno in comune il tono spavaldo col quale propagandano la bugìola del giorno. Ma qui finiscono le affinità.

Romano, infatti, è un essere superiore. Una Serracchiani di lusso. Parlando di lui, si dice subito che è «intelligente», come accadeva un tempo con Giuliano Ferrara. Si aggiunge che è colto, non banale e chi più ne ha, più ne metta. E poiché è anche un notevole voltagabbana che in 48 anni di vita ha compiuto diverse giravolte, si attribuisce il suo serpeggiare alla vivacità d’ingegno. In sintesi: un libertino intellettuale dai vasti orizzonti che considera la coerenza una virtù del cretino. Romano accetta come dovuti questi giudizi lusinghieri e tratta il prossimo con dosata alterigia che lo pone automaticamente sul piedistallo.

Essendo in continua metamorfosi, il solo modo di raccontarne la storia è rispettare l’ordine cronologico.

Livornese, di famiglia agiata con interessi nella marina mercantile, il piccolo Andrea fu mandato dai salesiani nei primi anni di scuola. Curiosamente, in recenti interviste, ne parla come se avesse fatto tutti gli studi dai seguaci di Don Bosco. Ma poiché i salesiani all’epoca avevano solo classi fino alla terza media, è chiaro che ginnasio e liceo li ha fatti altrove. È probabile che lasci intendere una globale educazione cattolica per stemperare il comunismo gagliardo - alla livornese, per capirci - della sua giovinezza. Essendo poi diventato un moderato si può capire il tentativo di sbianchettare gli iniziali furori.

Dunque, smessi i calzoni corti, Andrea divenne un acceso marxista. Allievo del Liceo classico statale, fu tra gli studenti più impegnati. Molti lo ricordano - anche per l’inconfondibile neo sulla guancia - arringare i compagni nelle strade attorno alla Sinagoga, nel Bar Liceo, punto di incontro degli opposti schieramenti studenteschi. Sua palestra fu la Fgci, i giovani comunisti, tra i quali si distingueva per irruenza. Erano in maggioranza rampolli borghesi di sinistra, vestiti con giacca e Timberland, miglia lontani dall’eskimo degli extraparlamentari capelloni. Anche qui, nelle interviste degli ultimi anni, Romano nega di avere preso la tessera Fgci. «A Livorno erano tutti figiciotti - ha detto -. Era banale averla». La frase, se rispecchia l’idea elitaria che ha di sé, fa però a pugni col ruolo accertato che ricoprì nell’organizzazione. Presumibilmente, è un altro modo per velare i suoi eccessi giovanili. Ma ha fatto di più. A una domanda del suo intervistatore, Vittorio Zincone: «Lei è mai stato comunista?», ha risposto: «Da adolescente ero affascinato da Amedeo Bordiga. Da storico ho studiato il comunismo sovietico». La tecnica è nota: buttarla sulla curiosità intellettuale, lasciare intendere che non c’è stata adesione ideologica, banalizzare. Si chiama rimozione consapevole.

In realtà, presa la maturità, Andrea traslocò nella contigua Pisa. Qui, si laureò in Storia e, appena crollato il muro (1989), corse a Mosca per imparare il russo e approfondire gli studi già iniziati sullo stalinismo. Ibernato quattro anni tra la matriosche, raccolse materiale per ponderosi volumi che scriverà anni dopo. A questo punto, il Pds - erede del Pci - non se lo lasciò sfuggire. Era infatti un purosangue del proprio vivaio e vantava una priorità. Al rientro in Italia, lo volle ricercatore nell’Istituto Gramsci, sinedrio degli studi sulla storia comunista. Un giovane che parlasse russo - ora che i vecchi comunisti col colbacco erano decimati dall’anagrafe - gli serviva come il pane.

Nel 1993, Andrea si trasferì dunque a Roma e al Gramsci restò tre anni. Gli ex comunisti, dopo il crollo dell’Urss, stavano sugli spilli: modernizzarsi o morire. I più svegli guardavano a Tony Blair che delineava un’inedita socialdemocrazia liberale. Lui, fulmineo, ne divenne l’agit prop italiano. Si avvicinò a Max D’Alema che gli pareva il più aperto e pronto alla conversione. Durante il suo governo (1988-2000) gli fu accanto come collaboratore del sottosegretario agli Esteri, Umberto Ranieri, altro liberal diessino. Divenne il ghost writer di vari politici ds, sempre con l’intento di blairizzarli. Fu tra i fondatori e poi direttore del think tank dalemiano Italianieuropei. Mise mano a un libro su Blair che uscirà nel 2005 e avrà successo nella stessa Gran Bretagna. Pareva insomma sulla cresta dell’onda. Invece, quella rapa di D’Alema, anziché dargli retta, frenò sul blairismo e tornò alla sua natura di troglodita di sinistra. Tra i due calò il freddo e Max, deludendone le aspettative, non candidò Andrea deputato. Senza scenate che lo avrebbero tagliato fuori, e mantenendo opportunisticamente l’incarico a Italianieuropei, cominciò per Romano una nuova vita politica - compreso un fuggevole avvicinamento a Francesco Rutelli - che ci porta ai nostri giorni. Prima di parlarne però, apro una parentesi.

Un fatto privato - il suo matrimonio - fu anch’esso all’origine della svolta liberal del Nostro negli anni ’90. Andrea aveva infatti sposato Marta, figlia di Pietro Craveri, il quale, oltre che storico illustre e barone universitario, era nipote di Benedetto Croce. Romano si era dunque infilato nel tempio del liberalismo italiano anche se Craveri, per la verità, era un bel po’ più a sinistra del nonno. Ma la pasta era pur sempre quella. L’influsso craveriano pungolò inoltre le ambizioni universitarie di Andrea che intraprese allora la carriera docenziale diventando prof associato di Storia contemporanea a Roma Tre. Nonostante la nascita di tre bambini, il matrimonio con Marta è ormai finito da anni. Gli stimoli e i vantaggi di quell’esperienza sono però un acquisto indelebile del nostro Andrea. Tempo fa, ha poi avuto un’altra bambina da Francesca Santolini, assessore ecologista del Primo Municipio capitolino, detta la «Belen del centro storico» per l’avvenenza. Anche questo rapporto è ormai archiviato e Romano è un uomo libero. Con quattro figli.

A scioglierlo da ogni vincolo con D’Alema fu nel 2009 Luca Cordero di Montezemolo. Impressionato da un suo articolo su La Stampa, il nobile sabaudo volle conoscerlo. L'impressione si trasformò in rapimento e Andrea fu assunto all’istante come direttore di Italia Futura, equivalente montezemolesco di Italianieuropei, ma più signorile. Il nuovo ambiente era la quintessenza della gente in loden. Così, nel 2013, Romano fu candidato - in quota Cordero - nella Lista Monti ed entrò in Parlamento dichiarando: il montismo è l’avvenire. Dopo il crollo alle Europee dell’anno dopo, lasciò Monti per il Gruppo misto dicendo: «È cambiato il contesto storico, l’era, la fase, tutto (in dodici mesi!)». «Gli elettori che diranno?», gli fu chiesto. «Loro sono già andati via. Io mi limito a seguirli», rispose con sublime faccia di bronzo. Dal Misto passò nel Pd e oggi è schierato con Matteo Renzi.

Non l’ha ancora detto ma lo dirà: Renzi è il nuovo Blair e io ho chiuso il cerchio in piena coerenza; chi mi dà del voltagabbana è uno scribacchino.

di Giancarlo Perna

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Commenti all'articolo

  • dario.rubes

    16 Febbraio 2016 - 16:04

    Giancarlo Perna, un grande del giornalismo italiano.

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  • silvano45

    29 Gennaio 2016 - 09:09

    Arrogante prepotente voltagabbana buono per tutte le stagioni persona spregevole da prendere volentieri a sberle per quella aria da superiorità propria degli imbecilli

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  • agostino48

    29 Gennaio 2016 - 09:09

    Fin quando avremo politici del genere che sono attenti all'ascesa politica e non al bene collettivo (se comunista, del cavolo forse), non supereremo mai la fase di stallo che da quasi dieci anni stiamo subendo sulla nostra pelle di poveri disgraziati sudditi di questi politici inetti e affaristi.

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