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Paradosso legale

Con solo 6,2 euro tre vecchietti controllano l'impero degli Agnelli

La Dicembre, società semplice che sta alla testa della catena di controllo di Fiat, ha come soci Marella Agnelli, Gabetti e Romiti. L’erede John Elkann? Mistero: dal 1984 la visura camerale non è più aggiornata

10 Agosto 2013

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Marella Agnelli, Cesare Romiti, Gainluigi Gabetti

Tre arzilli vecchietti e un pacchetto azionario di soli 6,20 euro: Marella Caracciolo vedova Agnelli, 86 anni e dieci azioni per diecimila vecchie lire; Gianluigi Gabetti, 89 anni, e una azione da mille lire; Cesare Romiti, 90 anni e una azione da mille lire. Quest’ultimo addirittura non sa più niente di questa storia poiché da 24 anni  è stato costretto a vendere quella preziosa azione e da quindici ha lasciato la Fiat, anche se ora rischia ugualmente delle grane. Secondo il Registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino questi sono i dati più “aggiornati” della “Dicembre”, la più importante e strategica società italiana, che domina dall’alto la piramide dell’Impero di Torino. E quindi è “padrona” (col 36,74%) della “accomandita Giovanni Agnelli & C. Sapaz”, che a sua volta controlla il 52,66% di “Exor Group”, e quindi Fiat, Fiat Industrial, Cushman & Wakefield, Juventus e tanto altro ancora. Tanto per fare un esempio quest’anno all’accomandita sono arrivati 118,5 milioni di dividendi e una quarantina di questi sono finiti proprio alla “Dicembre”. 

Secondo il Registro delle imprese, “Dicembre” risulta controllata e amministrata dai tre citati “vecchietti” che hanno in mano azioni per un totale di 12 mila lire, cioè 6,20 (sei virgola venti) euro! La “Torino dei misteri”, o meglio la “Fiat  dei misteri”, da anni sta offrendo questa ennesima e incredibile prova di mancanza di trasparenza, violando apertamente le leggi in vigore dal 1995. Questo grazie anche al fatto che l’organismo che dovrebbe vigilare, controllare, indurre a regolarizzare, sembra non accorgersi nemmeno delle assurdità conclamate e dell’irragionevolezza clamorosa e palese di certi dati. Il fatto è che i soci e gli amministratori (veri) della “Dicembre” non rispondono alle norme di legge e nemmeno alle rare raccomandate della Camera di Commercio, che per la verità non dimostra grande curiosità. Basti pensare che fino a poche settimane fa nel suo Registro, alla voce “Dicembre”, tra soci figuravano i nomi di due signori defunti da una decina d’anni: Giovanni e Umberto Agnelli. Ci sono voluti non pochi sforzi, e un recente ordine del Tribunale, per far correggere dati che risultavano essere stati inseriti appena un anno fa.

Una «società semplice» La “Dicembre” è sempre stata la cassaforte personale di Giovanni Agnelli (mentre l’Accomandita raccoglie le azioni di tutti i rami della Grande Famiglia, non meno di 150 persone, ma non la figlia ed erede dell’Avvocato né cinque dei suoi otto nipoti). “Dicembre” è una “società semplice”, una configurazione molto diffusa, non a caso, in Piemonte che esenta dall’obbligo di presentare il bilancio e consente di restare sottotraccia specie per il fisco. In genere le società semplici vengono costituite per lo svolgimento di piccole attività agricole o legate alla pesca, ma in questo caso la configurazione “inventata” da Franzo Grande Stevens nel 1984 racchiude tesori immensi e, soprattutto, le chiavi e il controllo dell’Impero. Gianni Agnelli ne aveva fatto la struttura del suo patrimonio in Italia. E quindi oggi la necessità di sapere - come prescrive la legge - qual è la composizione societaria, chi è il rappresentante legale, quante azioni hanno i singoli soci, che cosa prevedono gli articoli dello statuto e i patti sociali, consentirebbe di rispondere a un interrogativo di grande importanza non solo in questi anni, ma soprattutto per il futuro, un interrogativo che riguarda anche la Security Exchange Commission che controlla la Borsa americana: chi è il vero padrone del gruppo Fiat, chi stringe fra le sue mani le leve del comando, chi prende le decisioni e, non meno importante, chi ne assumerà il controllo nel caso dovesse accadere qualche evento tragico - facciamo i debiti scongiuri - per soci meno vetusti della compagnia e anche per i più giovani (che sono solo un paio e uno solo della famiglia)?

L’ex Fiat Barberis Vediamo qual è la realtà che la Camera di Commercio di Torino - guidata da un uomo-Fiat come l’ex amministratore delegato Alessandro Barberis - fa finta di non vedere e che i soci di “Dicembre” si ostinano a non voler dichiarare ai sensi di legge. La società è nata il 15 dicembre 1984. Gianni Agnelli ne controllava la totalità delle azioni (99,99%) pari a circa cento milioni di lire capitale. La moglie Marella aveva dieci azioni, Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti e Cesare Romiti una a testa da mille lire. Cinque anni dopo (13 giugno 1989) ecco il primo “mistero”: Umberto e Romiti, al culmine della loro guerra, vengono costretti a uscire e al loro posto c’è la prima visibile presa di potere e di influenza di Franzo Grande Stevens: Gianni Agnelli anziché far entrare i suoi due figli, Margherita ed Edoardo, cede le due preziose azioni di Umberto e Romiti, proprio a Grande Stevens e, colpo di scena, alla figlia di quest’ultimo, Cristina, di soli 29 anni. Gli atti che hanno portato a questo “strano” scenario sono evidentemente uno dei segreti che non debbono essere conosciuti (a meno che Romiti si decida finalmente a parlare...). 

L’aumento di capitale La “Dicembre” torna alla ribalta, apparentemente, solo il 10 aprile 1996. Quel giorno il notaio Ettore Morone - colui che ha rogato tutti gli atti ma che rifiuta di dare persino il numero di repertorio di ciascuno di essi (e il suo comportamento, oltre a suscitare l’ilarità dei suoi colleghi torinesi è all’attenzione degli organismi nazionali del Notariato) - attesta un aumento di capitale da cento milioni a venti miliardi di lire. Oltre ai soci già esistenti (Gianni e Marella Agnelli, Gabetti, Grande Stevens & figlia), entrano Margherita Agnelli, suo figlio John Elkann, e il commercialista Cesare Ferrero. A quest’ultimo tocca una sola azione, mentre l’Avvocato si intesta il 25%, distribuendo tra la moglie, la figlia e il nipote tre quote da 25% ciascuno ma tenendo per sé l’usufrutto vitalizio di questo 75%. 

Ma quando il notaio Morone, verga questo atto stranamente parte da quel capitale iniziale di 100 milioni di lire ormai vecchio del 1984. Mentre invece è emerso che, pochi mesi prima che scoppiasse l’inchiesta “mani pulite”, Gianni Agnelli - evidentemente preavvertito o forse solo “chiaroveggente”... - aveva schermato la “Dicembre” in Liechtenstein intestandone la maggioranza a due fiduciari prestanome: il famoso “gentiluomo di Sua Santità” (Papa Francesco lo avrà revocato?) Herbert Batliner, re dei metodi per creare paradisi offshore a Vaduz e grande amico e ospite di Gabetti, e Renè Merckt, avvocato ginevrino esperto in architetture societarie da mimetizzare al fisco. La fiduciaria che controllò la “Dicembre” per tutto il periodo di “Tangentopoli”, consentendo di far dormire all’Avvocato sonni tranquilli, funzionò fino a quel giorno di aprile del 1996 allorché ci fu la nuova strutturazione. Ma, quella “Dicembre” (si chiamava “Merckt & Co.”) intestata ai prestanome stranieri, col paradosso che lo Stato italiano pagava contributi pubblici enormi a una società in mano a uno svizzero e un suddito del Liechtenstein, nel 1992 aveva aumentato il proprio capitale da cento milioni a 2,1 miliardi di lire. E quel denaro, arrivato da una società all’estero, risulterebbe accreditato proprio alla Fiduciaria presso cui “Dicembre” aveva sede a Torino, in via del Carmine, nel palazzo dove c’è lo Studio Grande Stevens. E quindi, se così stanno le cose, come faceva il notaio Morone col nuovo atto a partire da un capitale di cento milioni (e portarlo a 20 miliardi) senza tener conto che, nel frattempo, era salito a 2,1 miliardi? È un altro “mistero” che forse spiega l’omertà intorno alla “Dicembre”.

Dopo la morte di Gianni Veniamo ad anni più recenti. Dopo la morte di Gianni Agnelli il primo obiettivo di Gabetti e Grande Stevens è quello di estromettere proprio dalla “Dicembre” la figlia ed erede. Ci riescono giocando sul fatto che, guarda caso, sono diventano improvvisamente necessari parecchi milioni di euro anche dalla “Dicembre” per ricapitalizzare l’accomandita. Margherita non li ha (dato l’eredità in Italia non è stata ancora da lei accettata e si sta cercando di fargliela accettare, anche in questo modo), ma riesce ugualmente a risolvere il problema. Sua madre invece ha parecchi soldi liquidi e partecipa, anche per conto dell’adorato nipote John, a questo grande esborso di denaro. Dopo la morte dell’Avvocato le azioni della “Dicembre” non vengono suddivise sulla base del diritto successorio italiano (e cioè con la ripartizione del 25% del defunto tra le due eredi) ma in tre parti uguali secondo lo “strano” Statuto societario. E quindi: Marella 33,4%, Margherita 33,3%, John 33,3%, e infine con una azione i quattro Moschettieri: Gabetti, Grande Stevens & figliola, Cesare Ferrero. Margherita - che pensava di poter controllare con la madre e Jaki tutto il Gruppo - viene “pugnalata” alle spalle da sua madre e da suo figlio: Marella dona il 25% delle sue azioni  al nipote ed egli in tal modo ha da solo la maggioranza: 58,3% (sua madre resta a 33,3, e la nonna scende a 8,3). 

Il «sì» di Margherita Poi un anno dopo Margherita, per la spartizione del patrimonio estero del padre, verrà “convinta” dai suoi “avvocati” (quello in  Svizzera è già stato costretto a restituire la parcella da 10 milioni, quello italiano, Emanuele Gamna, non si è goduto i 15 milioni di parcella incassati a Singapore, si sta ancora leccando le ferite ed è ormai rovinato) a cedere la sua quota nella “Dicembre” alla madre. Che, probabilmente, ha girato anche queste azioni al nipote. Jaki quindi oggi probabilmente detiene il 91,6%, accanto all’8,3 della nonna. 

I quattro moschettieri  Ma non tutto è così semplice. Dato che i Quattro Moschettieri hanno fatto modificare, con l’Avvocato in vita, i patti sociali. Con tre clausole di un  certo rilievo. Primo: alla morte di uno dei soci, le sue azioni non passano agli eredi ma vengono consolidate e si riduce di un pari importo il capitale sociale. Secondo: per l’ingresso di nuovi soci (o la cessione di azioni a terzi), non  basta la maggioranza assoluta del capitale, ma ci vogliono altri quattro voti, due dei quali tra Marella e Jacky e gli altri due fra i quattro Cavalieri. Questo significa che se in futuro, allorché Donna Marella dovesse scomparire, John decidesse ad esempio “di ritirarsi in un monastero” (come scrisse il “Corriere”, per un certo periodo molto curioso sul tema prima che De Bortoli venisse confermato proprio da Jaky), la “Dicembre” sarà in mano ai quattro Cavalieri. E, tra loro, la maggioranza ce l’ha la famiglia Grande Stevens. È questa la ragione per cui gli amministratori della “Dicembre”, così pronti a ripetere ogni due per tre la loro trasparenza di comportamento e il loro disinteressato servizio al giovane Jaky, continuano a non rispondere alle raccomandate che intimano loro di mettersi in regola con la legge e di fornire i documenti, i patti sociali, le modifiche intervenute nella più importante società italiana negli ultimi quindici anni?  Chissà cosa penserebbe la SEC, la società che controlla la Borsa americana, se sapesse che i partner italiani della “Chrysler”, nel loro paese si comportano così in maniera così sospettosamente oscura?

di Gigi Moncalvo

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Commenti all'articolo

  • AndreaLG

    12 Agosto 2013 - 18:06

    Queste sono le inchieste da premio. Così ci piacciono i giornalisti.

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  • sparviero

    12 Agosto 2013 - 15:03

    ai quali restano si e no alcune mangiate di fagioli, che hanno sfruttato intere generazioni, nella loro buca non porteranno nemmeno un centesimo. A chi è stato dato tanto,(in talenti) il Signore pretenderà molto di più. Si trovino un buon avvocato. Auguri.

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  • Boaprince

    12 Agosto 2013 - 13:01

    ...ci sono costati un sacco di soldi per avere auto da schifo. Una famiglia indecente, arricchitasi a dismisura sulla pelle degli italiani.

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