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Roberto D'Agostino, intervista a Libero: "Chi mi ricorda la Boschi e che fine farà Renzi. Lo troveranno a..."

Leonardo Filomeno
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Roberto D'Agostino è un cavallo pazzo dell'informazione. L'outsider solitario più temuto, adocchiato, adorato. E pure tanto odiato. Dal suo Dagospia transitano notizie in grado di ribaltare umori e gossip frutto di soffiate infallibili. Non c'è giornalista che non speri di vedere il proprio nome su questo sito, e non c'è potente per cui finirci non equivalga ad un grattacapo. Nato in tempi in cui il giornalismo online sembrava una chimera, è l'espressione quotidiana di un uomo abituato a guardare negli occhi il proprio tempo. Dal 7 novembre alle 21, D'Agostino tornerà a farlo anche su Sky Arte, con 10 nuove puntate di Dago In The Sky. "Il mio tentativo è fare una tv contemporanea allo smartphone", spiega l'ex lookologo di Quelli della notte, 69 primavere portate alla grande, allergico da sempre ad ogni convenzione.

Tra le novità, c'è un totale cambio di immagine. 

"Nella scorsa stagione, io e la coautrice Anna Cerofolini abbiamo sezionato lo schermo in rettangoli e riquadri alla Mondrian, che producevano un caleidoscopio di informazioni visive. Stavolta ci sarà spazio per una nuova estetica, che chiamo pensiero visivo. Vedrà le immagini doppiarsi/accoppiarsi tra di loro, nell'inseguimento di un Rinascimento hi-tech che sia una risposta estetica a quella televisione che corrisponde al Medioevo analogico dello scorso secolo. Se il telefonino è una protesi della nostra vita, il televisore lo è del nostro sguardo. Dago in the Sky è la dimostrazione che il problema non sta nel mezzo ma in come lo si usa".

Trentadue anni fa suggerivi a Renzo Arbore: "La persona non è più quel che è, ma quel che vorrebbe essere agli occhi del mondo". E' come se la tua iperattività su Instagram appagasse questa visione. 

"Tutti amano la Rete perché attraverso i social diamo vita ad un'altra identità, un avatar, magari photoshoppato, quindi falso, ma appagante, da postare al resto del mondo, che risponde con like e follower. Mi serve una memoria istantanea, una protesi dello sguardo, una pubblicità immediata di me stesso, che spieghi agli altri non ciò che sono ma ciò che vorrei essere. Il titolo perfetto del secolo digitale è: Io sono la mia fiction".

E col rischio di vivere una felicità effimera come la mettiamo? 

"In un mondo globalizzato, che non dà lavoro né assicura benessere, ai Millenials non resta che fare affidamento sull'effimero del proprio marchio. La loro identità raramente arriva in superficie, vive nei capillari di social media, reality e talent. Da Andy Warhol e 'Saremo in futuro tutti famosi per 15 minuti' siamo passati al ragazzino che vuole essere famoso per 15 amici".

Imploderà? 

"Impossibile, la tendenza dei Millenials è una spinta forte al conformismo. C’è una frase di uno youtuber che incapsula questa modalità in maniera insuperabile, dice: Non essere te stesso, sii la pizza. Perché tutti amano la pizza. In questa frase, geniale e cinica, c'è un invito vero e sprezzante ad essere quello che gli altri si aspetterebbero da te".

Miti di noi stessi perché quelli veri sono scomparsi? 

"Sono stati sostituiti dagli influencer, dalle Kim Kardashian, delle Ferragni, dai Fedez. Non puoi andare contro la luce elettrica perché ti è venuta la fissa delle candele. Si cede qualcosa in cambio di vantaggi. Roland Barthes, nel 1980, scriveva: 'Nell'era della fotografia assistiamo all'esplosione del privato nel pubblico, alla creazione di quel nuovo status sociale che è la pubblicizzazione del privato'. La costruzione del sé ha da una parte, lo strip dell’intimo. Dall'altra, il voyerismo pubblico".

Tutti celebri nessuno celebre, in qualche modo? 

"Essì. Il mondo digitale include, è condivisibile in tempo reale col mondo. E ci fornisce una filosofia di salvezza. Siamo 7,7 miliardi di esseri umani, di cui 3 online, diventare celebri è molto più difficile di quanto non lo fosse attorno al 2000 (anno in cui nacque Dagospia, ndr)".

In una puntata, riferendoti a queste nuove forme di celebrità, utilizzi il termine "micro" non a caso. 

"Con la realtà digitale è tutto parcellizzato. Come la tv, inzeppata da centinaia canali dove ognuno può trovare quello che gli pare. Non esiste più il pensiero unico, il divo solitario, il programma per tutti".

A proposito di tv, la Rai di Orfeo boccheggia. 

"Capace, come giornalista, nel soddisfare qualsiasi tipo di palato, Orfeo non è riuscito a fare il salto come direttore generale, che è un mestiere del tutto diverso".

Le mosse di Cairo per LA7?  

"Trasformare LA7 in Raitre è stato il primo errore. Anziché creare un palinsesto capace di coprire le 12 ore diurne, l'emittente funziona solo con i programmi di Floris e della Gruber".

Hai sempre votato a sinistra, stavolta? 

"Sempre, poi ad un cento punto non l'ho più trovata. Chissà dove sarà finita... Senz'altro, se voto a sinistra, un governo con Berlusconi non lo voglio. Ma siccome a marzo nessuno avrà la forza di governare in solitaria, Renzi e Berlusconi daranno vita all'ennesimo governo incucione".

Renzi prende uno schiaffone dopo l'altro.  "

Troppe parole, troppe promesse. A Roma si dice: Questo ha scoperto la forchetta da una settimana. A forza di bluffare, come un sagace giocatore di poker, Pittibimbo finirà, prima o poi, dove ha incominciato: a Rignano sull'Arno a giocare a flipper con l'amico Lotti, ricordando i bei tempi del potere, svanito per arroganza e presunzione". 

Berlusconi è a un passo da ogni sorta di riabilitazione. 

"Il Banana della nostra vita. Ha interpretato meglio di tutti la fine delle ideologie, dando vita al capo politico come capocomico, alle prese con i mezzi televisivi. Ha venduto agli italiani il suo stile di vita stracafonal, scimmiottando Gianni Agnelli, pur non possedendo l'allure dell'Avvocato. Un vorrei ma non posso che non metteva in difficoltà gli italiani nel processo di identificazione. Ha creato un partito-azienda, che si è distinto soprattutto nella salvaguardia degli interessi del Biscione".

Roma è davvero la città "depressa e sciatta" di cui parla Paolo Guzzanti? 

"È dura per persino per Papa Francesco. Lo diceva Flaiano: Roma non confonde mai la cronaca con la Storia. Purtroppo la Raggi, e l'Appendino a Torino, una volta giunte nella stanza dei bottoni hanno subito messo in luce l'inadeguatezza e l'ingenuità di un Movimento esploso in maniera bombastica. Solo Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo hanno percepito la rivoluzione digitale. M5S è il primo movimento politico di un Paese occidentale nato dal mouse, senza giornali o televisioni o sedi di partito alle spalle".

Gli ultimi governi sono realmente più sobri? 

"La Roma godona degli anni del berlusconismo è finita in quelle palle di neve con la neve finta. Dalle disco e dai ristoranti a 5 stelle, i politici sono finiti nei baretti a consumare apericene da 15 euro. Renzi, poi, ha subito imposto ai suoi un dopolavoro senza tentazioni mondane. Sa bene che Roma non perdona chi va a caccia del piacere di breve durata".

Una Dagoparola definitiva su Mattarella? 

"La Mummia sicula che infesta i saloni del Quirinale".

Gentiloni? 

"Un dietor della politica, un ologramma di Renzi, vibrante come un semolino".

La Boschi? 

"Maria Etruria è la rivincita della donzelletta che vien dalla campagna in su calar del sole. Arrogante e pretenziosa, più dell'altro burino di Rignano (Matteo Renzi, ndr)".

Donald e Melania Trump? 

"Preferisco Al Bano e Romina".

L'episodio più folle a Quelli della notte con Arbore? 

"Quando Giorgio Bracardi si ritrovò, un attimo prima di entrare in scena, vestito da antico romano, senza il suo elisir: coca cola e barretta di cioccolato. Infuriato, scappò dallo studio di Via Teulada alla ricerca di un bar aperto alle 24. Lo arrestarono. Una volante lo riportò in studio".

Un momento a cui pensi spesso dopo la morte di Boncompagni? 

"Pur amandolo, non sono mai riuscito ad essere suo amico, ad entrare nella sua vita e nei suoi pensieri, perché era una persona chiusa, come Fort Knox. Accanto a lui ho vissuto due indimenticabili e bombastiche stagioni di Domenica In (1986-87), e dal suo genio cinico e secco come un cassetto chiuso con un colpo di ginocchio, ho imparato a imparare i meccanismi dello spettacolo".

In un film porno D'Agostino attore o regista? 

"Il porno non esiste. Esiste l'erotismo e ce l'abbiamo tutti nel sangue. Internet se n'è accorto subito. E scopri che quello che per te era una perversione per molti è una passione. E ti legittima".

Qual è il tuo compromesso col tempo che passa? 

"Non ho paura della morte. Fossi solo, non mi importerebbe granché di andare all'altro mondo. Mio figlio Rocco ha 22 anni e la sua vita è per me un miracolo di gioia e una fonte di timore per il suo futuro. Mi tiene 'vivo' la vicinanza alla mia famiglia, il voler capire ogni giorno cosa ne sarà di loro".

Come nascono la paura del vuoto e il bisogno di riempire ogni spazio, anche del tuo corpo? Prima dell'intervento ai polmoni (e dei tatuaggi) come colmavi questo bisogno di espressione così profondo e visivo? 

"In tutti i tempi e in tutte le culture gli uomini hanno nel corpo il mezzo di comunicazione primaria. La pelle dice chi siamo. La parte più importante di noi diventa così quella visibile, quella che compare in superficie. E' proprio l'idea di un corpo dipinto a fare da trait d'union fra il tribale e il globale. Perché nel dilagare contemporaneo del tattoo e del piercing, per etica e per politica, per poetica e per retorica, per estetica e per erotica, riaffiora alla fine un orizzonte arcaico. Indispensabile per differenziarsi dal resto del mondo". 

 

 

 

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