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Israele, Tal Rabina: quei sospetti sugli "informatori" nella Striscia di Gaza

Daniel Mosseri
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È l’11 settembre di Israele. La sorpresa, l’incredulità, il terrore. Con un’aggravante: la carneficina dell’attacco contro le Torri Gemelle a New York iniziò e finì nel momento in cui avveniva. Quello che sta succedendo in Israele in queste ore è invece solo l’inizio di lungo braccio di ferro. Nessuno più degli israeliani, i cui figli e le cui figlie servono molto a lungo sotto le armi, odia la guerra. Ma l’invasione di terra dalla Striscia di Gaza non è guerra tradizionale quanto una massiccia operazione di terrorismo contro civili. Per meglio capire com’è cambiata la vita degli israeliani il 7 ottobre del 2023 Libero ha raggiunto al telefono Tal Rabina, avvocato israeliano alla testa della Europe Israel Press Association, un’organizzazione dedicata a spiegare lo stato ebraico al Vecchio Continente.

Tal, cosa sta succedendo?
«Succede che ci sono decine di giovani poco più che adolescenti che si stanno nascondendo dietro agli alberi e nei cespugli della Foresta di Reim, una zona verde nei pressi di Okafim, nel sud, non lontano da Gaza. Qua sono giorni di festa, i giovani stavano campeggiando quando sono stati travolti dall’arrivo di una carovana di terroristi che ha sfondato le recinzioni e superato i sistemi di sicurezza attorno alla Striscia di Gaza».

Quanti terroristi stimate siano arrivati?
«Centinaia. E molto ben equipaggiati, armati. Abordo di camionette ma anche di mezzi più grandi e bulldozer con cui hanno distrutto i sistemi di difesa che separavano Israele da Gaza. Le forze armate li stanno combattendo ma l’arrivo della notte non aiuta».

Possiamo parlare di un flop?
«È un disastro sotto ogni punto di vista. Sotto il profilo dell’intelligence, le centinaia di informatori che abbiamo nella Striscia non hanno annunciato quest’operazione che pure si sta rivelando massiccia e ha permesso ai terroristi di penetrare nel nostro territorio come su un’autostrada. Ma se l’intelligence ha sbagliato, e può succedere, non ci spieghiamo le falle nel sistema di sicurezza che unisce la componente umana a misure elettroniche».

E i cittadini?
«Questo è l’aspetto peggiore: c’è chi è chiuso in casa da ore, e non ha ancora ricevuto aiuto. Ma in tutto il sud nessuno può uscire di casa. Senza dimenticare che questa invasione di terra è coperta da un attacco fino a qua di tremila missili, anche se Hamas sostiene di averne esplosi cinquemila. Questa mattina sono stato svegliato dall’impatto di un missile caduto poco lontano da casa mia, in un sobborgo di Tel Aviv».

Quali nuove sfide ha scatenato questa offensiva?
«Che i terroristi hanno di fatto conquistato parti del territorio, che hanno preso decine di ostaggi, e che c’è sempre il rischio che il conflitto si allarghi alla Cisgiordania o al confine nord contro Hezbollah. Questa mattina alcuni muezzin a Gerusalemme est hanno fatto appello al jihad. Poi qualcuno li ha fatti smettere».

Come sarà la reazione?
«Tutti in Israele sono d’accordo che non possiamo più reagire sparando su qualche postazione abbandonata di Hamas. E io spero che anche il resto del mondo la smetta di criticarci. A luglio del 2020, ci sono state manifestazioni lungo il confine interno di Gaza: quando le respingiamo ci accusano di negare ai palestinesi il diritto di protestare. Spero oggi sia chiaro che Hamas non manda la gente a protestare pacificamente: puntano, come hanno fatto, a distruggere la barriera e a ucciderci».

Come reagisce il governo?
«Ha mandato le IdF a combattere al sud per liberare i civili in ostaggio; cerca di individuare i terroristi che a questo punto potrebbero essere già a Tel Aviv; bombarda Gaza per rendere a Hamas difficile il controllo di quest’operazione e per impedirle di mandare nuovi effettivi fuori dalla Striscia. E ovviamente sta richiamando il maggior numero i riservisti. Siamo in guerra».

E i riservisti che non volevano difendere il paese sotto questo governo?
«Sono tornati tutti al loro posto».

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