La dimensione pubblica di Roberto Saviano, escluso il pensiero politico, è piena di sottrazioni, di zone grigie. In verità anche la sfera politica, almeno in passato, per Michele Serra proponeva margini di ambiguità: nel 2012 disse che «Saviano è di destra, ma siccome in Italia non c'è una destra rispettabile allora lo ospitiamo a sinistra». Eludendo le considerazioni sulla «destra rispettabile», resta che per Serra, incarnazione di una certa sinistra, lo scrittore era di difficile lettura.
Ora torniamo alla dimensione pubblica. Saviano dal 2006 vive sotto scorta, motivo per il quale collocarlo geograficamente (dove vive, i suoi spostamenti) è ragionevolmente impossibile. Dal 2018- o forse anche prima- ha una relazione con Meg, Maria Di Donna, cantante: una storia schermata in modo assoluto, di loro non sappiamo nulla. Questioni di sicurezza, certo, ma anche una scelta lecita. Il suo vasto universo-social non indulge mai a un’immagine, a una diapositiva della sua quotidianità: nessun luogo, neppure uno scrittoio o un didascalico tramonto. C’è spazio solo per politica e autopromozione (nulla da eccepire).
Saviano ha sempre protetto la sua famiglia, ne conosciamo lo stretto necessario: il padre Luigi è un medico; la madre Maria Rosaria professoressa; ha un fratello minore, Riccardo. Eppure Saviano della sua famiglia ne ha parlato molto: ha raccontato il senso di colpa, il dolore provocato dalle sue scelte, dal suo essere un bersaglio. Lo scorso aprile morì zia Lalla - «mia seconda madre» - e scrisse che «sono stato una sventura per lei, per tutta la mia famiglia». Questo ci porta al cuore della questione: esclusa la narrazione di politica e criminalità, il racconto di Saviano parte univocamente da Saviano stesso. Una lente convergente che concentra ogni fascio di luce sulla sua figura, sul suo tormento, su come la porzione di mondo con cui si sente in guerra lo comprimerebbe fino allo spasmo. Fino a carezzare l’idea del suicidio.
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Roberto Saviano torna in tv. Dal prossimo autunno entrerà nella scuderia di Urbano Cairo a La7. Lo scrittore cond...Ne ha parlato più volte, del suicidio. L’ultima giovedì, nel podcast "The BSMT" di Gianluca Gazzoli. Era in una caserma e trovò un arma. «Mi dico: È il momento. Esattamente mentre sto pensando di farla finita faccio una follia: mi chiudo in una stanza e spezzo la chiave perché dico se mi va male non voglio essere soccorso». Poi però «un attacco di panico, di tremore, una scarica di diarrea. Inizio a sentire caldo sulle gambe e chiamo degli amici. Dico loro che sto male». Arrivano a soccorrerlo ma la porta è chiusa. Saviano a quel punto dissimula l’intenzione di uccidersi: «Mi chiamano e dico che mi sono sentito malissimo. Cercavano di entrare, mi metto a ridere e dico: No, no, mi sono cagato sotto, tutto qua». Lo scrittore aggiunge che «è stato uno dei momenti più difficili della mia vita».
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Roberto Saviano torna in pianta stabile a La7, secondo un'indiscrezione riportata da Italia Oggi. La conferma dovreb...Di fronte a chi racconta l’attimo in cui accarezzò l’idea di annullarsi con un colpo di pistola in testa c’è poco da aggiungere. Poco da discettare. L’unica considerazione riguarda ciò che questo racconto- pulp e disperato- aggiunge alla dimensione pubblica di Saviano. In termini sostanziali la caserma, la pistola e la diarrea. Caserma e pistola sono contesto, la diarrea un’intimità per certi versi coraggiosa e per altri disorientante, tragica. Perché Saviano ha voluto parlarne? Ovvio, del suo universo iper-protetto Saviano mostra solo il se stesso violato, la lente proietta tutto lì. Ma la scelta di aggiungere al dramma dell’idea suicida un’appendice simile, minore e connotativa, non ha a che fare né col sublime, né col trash, né col necessario. Forse ha a che fare solo con il fatto che ne stiamo parlando. Alzare in tal modo l’asticella del martirio e del compatimento offre a chi diffida argomenti critici. Anche in una circostanza delicata come questa: essere bersaglio pare una vocazione un poco narcisista.