Si chiama filosoficamente eterogenesi dei fini il fenomeno degli effetti delle azioni umane inaspettati, spesso opposti a quelli perseguiti. È il caso emerso, con la morte dello storico avvocato degli anni di Mani pulite Giuliano Spazzali, dai suoi rapporti col principale antagonista nel processo più emblematico di quella stagione, che fu il sostituto procuratore della Repubblica Antonio Di Pietro. L’imputato difeso da Spazzali era Sergio Cusani, accomunati da esperienze giovanili di estrema sinistra, extraparlamentari. Spazzali era stato peraltro il difensore di un’organizzazione di cui dice tutto il nome: Soccorso rosso. Erano stati i tempi degli annidi piombo, per intenderci. Nella vicenda giudiziaria e politica delle Mani pulite la coppia più assortita di imputato e avvocato difensore fu quella di Spazzali e Cusani. Quella meno assortita fu di Spazzali e di Di Pietro. Che scoprì appunto con Spazzali un tipo di avvocato cui non mi sembra tuttora fosse abituato, indisponibile ad assecondare l’accusa per risparmiare manette e quant’altro all’assistito accusato di partecipazione a Tangentopoli. Così fu chiamata non una città ma un sistema dove si praticavano e si scambiavano con le tangenti gli affari privati e il finanziamento illegale dei partiti e, più in generale, della politica.
Informato della morte da Libero, Di Pietro ha reso a Spazzali l’onore delle armi, riconoscendogli «la determinazione», ricambiata, e negando di averlo mai considerato per questo un «nemico». Un segno di civiltà che non guasta di certo in questi tempi di alta esasperazione, diciamo così. Cusani, di simpatie socialiste dopo gli anni dell’estremismo, era il consulente finanziario, ma anche di più, della famiglia Ferruzzi allargata a Raul Gardini e a Carlo Sama. Egli aveva partecipato, quanto meno, alla gestione di una “maxitangente”, come fu chiamata, di 150 miliardi di lire messa a disposizione dei politici per smontare con profitto l’Enimont prodotto dalla fusione fra la Montedison privata e l’EniChem pubblica. Al processo chiamato appunto Enimont, in cui Cusani fu condannato con rito abbreviato a poco meno di sei annidi carcere di cui quattro effettivi e riabilitato dal tribunale di sorveglianza di Milano nel 2001, fra gli altri deposero l’ex presidente socialista del Consiglio Bettino Craxi, spavaldo nella difesa della politica lasciatasi finanziare illegalmente da imprese e imprenditori che facevano la fila per pagare tangenti, salvo poi considerarsi concussi, cioè obbligati, e l’ormai ex segretario della Dc Arnaldo Forlani, così imbarazzato nelle risposte da insalivarsi. Per quanto incalzante nelle domande e nei gesti trasmessi dalla televisione, Di Pietro non parve abbastanza duro con Craxi all’esigentissimo fondatore e ancora direttore della Repubblica di carta Eugenio Scalfari. Al quale invece piacque dopo qualche anno la liquidazione fatta da Di Pietro delle piaghe diabetiche di Craxi a “foruncoli” per contrastare tentativi della difesa di rallentare i tempi del processo per ragioni di salute.
Ciò che Spazzali contestava delle indagini erano contenuti e metodi, che considerava arbitrari. Erano d’altronde gli anni in cui i rapporti fra i sostituti procuratori e il giudice per le indagini preliminari erano tali che il secondo restituiva le carte ai primi per consigliare una diversa formulazione della richiesta di arresto, piuttosto che negarla. Ciò accadde, in particolare, al gip ormai fisso di Mani pulite Italo Ghitti, tanto apprezzato dai colleghi inquirenti e giudicanti a carriera unica da essere eletto al Consiglio Superiore della Magistratura. Potete immaginare quanto sarebbe stato felice l’avvocato Spazzali di votare sì al referendum di marzo sulla separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri e sul resto della riforma intestata alla giustizia ma in realtà riguardante solo la magistratura. La morte glielo ha appena impedito. In compenso egli ha fatto in tempo a sentire e a leggere di Antonio Di Pietro schierato per il sì referendario anche per avere avuto nel frattempo l’avventura di frequentare i tribunali pure da imputato e da avvocato, dopo gli anni epici di sostituto procuratore. Cui le folle chiedevano di far loro sognare sempre più manette. L’eterogenesi dei fini.




