«Certo che provo sollievo, per l’ennesima assoluzione di mio padre. Ma l’emozione dominante è la rabbia. Perché leggere che mancavano “elementi concreti” fa inevitabilmente riflettere su quanto dolore, quanto fango e quanta delegittimazione siano stati costruiti inutilmente contro di lui. E perché nessuno potrà mai restituire il peso umano di trent’anni di accuse così infamanti».
In effetti, possiamo dire che il teorema del coinvolgimento di Silvio Berlusconi nelle stragi di mafia dei primi anni Novanta abbia sempre dato l’impressione di essere campato in aria?
«Dopo tanti anni senza uno straccio di prova direi che la risposta è evidente. E forse qualcuno dovrebbe interrogarsi sul danno prodotto da certe ipotesi trasformate per anni in verità mediatiche».
Barbara Berlusconi parla raramente, ma mai per caso. Il padre, a cui è sempre stata legatissima, resta uno dei punti di riferimento della sua vita. «Mi ha insegnato a non piegarsi mai. Nemmeno quando tutti cercano di abbatterti», ricorda. «La capacità di trasmettere ottimismo, energia e fiducia nel futuro senza provare rancore verso nessuno è sempre stata un esempio per me. Uno dei suoi punti di forza». E non è certo un caso che, a tre anni dalla morte, della quale esattamente tra una settimana ricorre il terzo anniversario, la sua figura sia ancora prepotentemente presente nel dibattito pubblico italiano. «Perché molte idee e intuizioni di mio padre, che per anni sono state criticate o persino ridicolizzate, oggi si stanno rivelando sorprendentemente attuali. E perché ha lasciato un segno profondo nella storia del nostro Paese», spiega la terzogenita del Cavaliere, che siede nel consiglio d’amministrazione di Fininvest ed è presidente della fondazione dedicata al terzo settore, attiva nel mondo culturale ed educativo, che porta il suo nome.
Presidente, anche alla luce dell’archiviazione di ieri, pensa che la giustizia meriti una riforma?
«Sì, e credo che il referendum sulla magistratura sia stata una grande occasione persa. Non lo dico pensando solo alla storia di mio padre. Lo dico da cittadina che vede da anni crescere nel Paese una sfiducia profonda verso il funzionamento della giustizia. In Italia il problema non è mettere in discussione l’autonomia della magistratura, che resta un pilastro democratico. Il problema è trovare finalmente un equilibrio più sano tra indipendenza, responsabilità e tutela dei cittadini».
Alcuni esponenti del centrodestra in Parlamento propongono di introdurre una vera responsabilità civile dei magistrati. Lei sarebbe favorevole?
«Sì, assolutamente. Parlo da semplice cittadina. Credo che sia una riforma necessaria. Oggi in Italia esiste un enorme squilibrio: i magistrati esercitano un potere immenso sulla vita delle persone, sulla politica, sulle imprese, sulla reputazione dei cittadini, ma di fatto sono gli unici che quasi non rispondono mai personalmente dei propri errori. Se sbaglia gravemente un medico, un imprenditore, un ingegnere o un manager, paga. Se invece un’indagine dura trent’anni, distrugge reputazioni, produce costi enormi per lo Stato e poi finisce senza elementi concreti, quasi nessuno risponde davvero».
Lei però parla da figlia ferita...
«Io penso che questo tema non riguardi solo mio padre. Riguarda tutti i cittadini. Perché qualunque persona può trovarsi travolta da un’indagine, da un’accusa sproporzionata, da annidi processi o da una macchina mediatica che spesso trasforma il sospetto in condanna preventiva. E quando poi tutto finisce nel nulla, nessuno restituisce il tempo perso, la reputazione distrutta, il dolore umano o le conseguenze personali e professionali che certe vicende lasciano dietro di sé».
Chi si oppone, soprattutto da sinistra, sostiene che la magistratura è un potere indipendente dello Stato, come da Costituzione...
«L’indipendenza della magistratura è sacrosanta. Nessuno la mette in discussione. Ma indipendenza non può voler dire irresponsabilità. In una democrazia matura le due cose devono convivere.
Oggi invece esiste la percezione, molto diffusa tra i cittadini, che quando un magistrato sbaglia gravemente non accada quasi nulla. E questo mina la fiducia nella giustizia molto più di qualsiasi riforma. So perfettamente che esiste un dibattito giuridico sul rapporto con alcuni principi costituzionali, e lo conosco bene. Ma trovo che troppo spesso in Italia il richiamo ai possibili problemi costituzionali diventi un alibi per non affrontare mai davvero le riforme necessarie».
Come ci si dovrebbe muovere adesso che il referendum è stato perso?
«Credo che il Parlamento debba avere il coraggio di intervenire subito con una legge ordinaria per rafforzare seriamente la responsabilità civile dei magistrati. Per troppi anni si è preferito lasciare tutto immobile, anche davanti a errori evidenti, processi infiniti, indagini durate decenni e vicende che hanno avuto conseguenze enormi sulla vita delle persone e sul clima democratico del Paese. E credo che questo abbia prodotto un danno profondo anche all’immagine stessa della magistratura».
La politica però tentenna: ormai è troppo debole e ha paura della magistratura?
«Sì. E alcune forze politiche purtroppo sono state anche complici di questo squilibrio. Il buon funzionamento della giustizia dovrebbe invece essere un tema che riguarda tutti, al di là degli schieramenti».
Rendere realmente responsabili personalmente i magistrati dei loro errori però indebolirebbe la categoria...
«Io non penso affatto che chiedere più responsabilità significhi indebolire i giudici. Al contrario, credo che significhi rafforzare la credibilità della giustizia e ristabilire un equilibrio più sano tra potere e responsabilità. In tutte le democrazie liberali un grande potere deve avere anche adeguati contrappesi. Il Parlamento ha il dovere di provarci. Poi naturalmente sarà il dibattito democratico e istituzionale a fare il suo corso. Ma continuare a dire che “non si può fare”, che “è troppo complicato”, che “ci sono problemi tecnici”, significa semplicemente lasciare le cose esattamente come sono. E io credo che molti italiani pensino che così non si possa più andare avanti».
Quanto la magistratura ha condizionato la sua attività politica?
«Enormemente. Per anni si è parlato più delle accuse che dell’attività di governo. Questo ha inevitabilmente alterato il dibattito democratico».
Il problema ha riguardato tutta la magistratura?
«No, solo una parte della magistratura che ha usato il proprio potere in modo profondamente distorto. Sarebbe ingiusto mettere in discussione tanti magistrati seri che fanno il proprio lavoro con equilibrio».
Suo padre è stato un perseguitato politico?
«Nessun leader occidentale ha subito un assedio giudiziario simile. Ed è difficile pensare che tutto questo non abbia avuto anche una dimensione politica».
Come viveva personalmente questa situazione?
«Combatteva. Sempre. Ma trent’anni di processi e insinuazioni logorerebbero la salute di chiunque. Eppure non ha mai smesso di lavorare, di governare e di credere nelle istituzioni».
La via giudiziaria era l’unica per eliminarlo politicamente?
«Hanno provato a batterlo più nelle procure che nelle urne. E credo che una parte del Paese lo abbia capito molto bene già da tempo».
Quanto sono costate queste vicende all’Italia?
«Miliardi in termini economici, politici e di credibilità internazionale. Ma anche in termini di fiducia dei cittadini nella giustizia e nelle istituzioni».
Cosa pensa della riabilitazione post mortem di Berlusconi?
«Mi fa piacere, ma arriva con colpevole ritardo. Certi riconoscimenti sarebbe stato giusto vederli quando era ancora in vita».
Alla luce degli ultimi eventi, sente una spinta a un maggiore impegno civile e politico?
«No. Però sento il dovere di difendere il garantismo e la libertà da ogni abuso di potere. Sono temi che riguardano tutti, non solo la mia famiglia».




