L’associazione fra livello d’istruzione e orientamento politico che, pronunciata da un esponente di primo piano del Pd (Stefano Bonaccini), possiede l’eleganza di un invito a cena seguito dalla richiesta di esibire il diploma all’ingresso non stupisce più di tanto. È una tentazione ricorrente di certa sinistra voler rappresentare il popolo e, contemporaneamente, fargli l’esame. Per l’ex governatore i laureati sarebbero tutti compagni mentre gli «ignoranti da compatire, quando non da rieducare» voterebbero per il centrodestra. Eppure stabilire una relazione fra titolo di studio, intelligenza, talento, capacità e persino consapevolezza politica conduce su un terreno sul quale la storia si diverte da sempre a disseminare bucce di banana. Cominciamo dalla scienza. Guglielmo Marconi non frequentò l’università.
Si formò privatamente coltivando da autodidatta la passione per la fisica. Però fu lui a inventare la telegrafia senza fili. Dopo arrivò, nel 1909, il Nobel per la Fisica. Prima cambiò il mondo della comunicazione, poi il diploma.
Se dalla fisica passiamo alla letteratura, la situazione per i teorici del titolo obbligatorio non migliora. Grazia Deledda raccontava con semplicità: «Andai solo alla scuola elementare di Nuoro». A tredici anni inviava già i suoi racconti alle riviste. E nel 1926 le assegnarono il Premio Nobel per la Letteratura. E ancora: Dario Fo si iscrisse ad Architettura al Politecnico di Milano. Gli mancavano pochi esami quando decise di abbandonare gli studi, ormai conquistato dal teatro. Anche a lui nel 1997 diedero il Nobel per la Letteratura. Evidentemente, almeno in certe annate, all’Accademia di Svezia dimenticavano di chiedere il certificato di laurea. Federico Fellini si iscrisse a Giurisprudenza, ma non discusse mai la tesi. Arrivarono La strada, Le notti di Cabiria, La dolce vita, 81/2, poi gli Oscar. E veniamo all’impresa. Enzo Ferrari lasciò gli studi alla seconda classe dell’istituto tecnico superiore. In compenso creò uno dei marchi più conosciuti del pianeta, trasformando un cognome italiano in sinonimo universale di velocità, tecnologia e desiderio.
Ma sarebbe un errore trasformare Ferrari in un testimonial contro lo studio. Era convinto che «ogni fabbrica» dovesse avere «una sua scuola professionale per preparare i propri tecnici al lavoro». Conosceva un’altra università, quella del mestiere, della tecnica e del fare. Stessa magnifica storia per Ernesto Colnago, il genio italiano che nella sua bottega di Cambiago ha di fatto inventato la bicicletta moderna che tutti conosciamo, a partire dall’intuizione clamorosa del telaio in carbonio. Ernesto oggi ha 94 anni e può vantare una superba quinta elementare e una lucidità da far invidia a Bonaccini. Giorgio Armani all’università ci arrivò iscrivendosi a Medicina alla Statale di Milano, ma lasciò prima di laurearsi. Dopo il servizio militare venne rapito dalla moda e finì per rivoluzionare il guardaroba di mezzo mondo. Non terminò Medicina, ma in compenso diagnosticò con qualche decennio d’anticipo la morte della giacca strutturata. Leonardo Del Vecchio. Che dire. La sua biografia dovrebbe essere distribuita ogni volta che qualcuno confonde istruzione e titolo di studio. Cresciuto ai Martinitt, cominciò a lavorare giovanissimo come garzone e imparò il mestiere in officina, frequentando anche corsi serali. Nessuna carriera universitaria, fondò Luxottica.
Nel 1995 fu l’università a raggiungere lui, conferendogli una laurea honoris causa in Economia aziendale. Prima l’impresa mondiale, dopo il titolo. Ma forse l’esempio più divertente è Piero Angela. L’uomo che per decenni ha insegnato agli italiani la fisica, l’astronomia, la biologia, l’evoluzione, la tecnologia e soprattutto il metodo scientifico non concluse l’università. Si era iscritto a Ingegneria al Politecnico di Torino, ma lasciò gli studi quando cominciò la carriera in Rai. Poi il successo con Quark e Superquark: milioni di italiani hanno scoperto la scienza ascoltandolo in tv. Tante le lauree honoris causa, compresa quella in Fisica dall’Università di Torino. Nemmeno Eugenio Montale era laureato, aveva solo un diploma in ragioneria. Eppure è stato tra i massimi poeti italiani del Novecento con laurea honoris causa nel 1962 dall’Università di Milano. E fuori dall’Italia, la pergamena continua a comportarsi in maniera piuttosto capricciosa. Bill Gates è entrato ad Harvard ma ne è uscito senza laurearsi per fondare con Paul Allen una società chiamata Microsoft. La rivoluzione informatica, evidentemente, aveva una certa fretta e non poteva aspettare la sessione di laurea. Nel frattempo Microsoft aveva portato il personal computer nelle case e negli uffici di mezzo mondo. Steve Jobs è durato ancora meno. Ha lasciato il Reed College dopo pochi mesi. Ma qui c’è una distinzione importante. Jobs abbandona il percorso universitario, non l’università. Continuerà per mesi a frequentare le lezioni che lo interessano, senza preoccuparsi degli esami. Il pezzo di carta non arriva, il Mac sì. Jobs snobba il titolo, non lo studio. Ed è forse questa la distinzione che nella polemica di questi giorni sembra essersi persa.
Infine Mark Zuckerberg. Esce da Harvard prima della laurea per dedicarsi a Facebook. Quando, nel 2017, torna nell’università più famosa del mondo per pronunciare il discorso ai neolaureati, esordisce prendendosi in giro: «Avete realizzato qualcosa che io non sono mai riuscito a fare». La laurea. Che non aveva nemmeno Walter Disney, detto Walt, il celebre inventore di Topolino.
Non essere andati all’università non significa non aver studiato, così come possedere una laurea non certifica automaticamente intelligenza, talento, capacità o serietà. Per capirlo, paradossalmente, basta pensare a un uomo che di università se ne intendeva. Luigi Einaudi, laureato giovanissimo, professore universitario, uno dei maggiori economisti italiani, governatore della Banca d’Italia e infine Presidente della Repubblica, aveva trascorso quasi mezzo secolo nel mondo dell’istruzione. Lui evidentemente aveva studiato abbastanza da capire che non basta la laurea per sentirsi superiore a chi non ce l’ha. Scrisse “Vanità dei titoli di studio”, un saggio molto interessante da suggerire a Bonaccini.




