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Elly Schlein, due grosse grane: mandato in scadenza a marzo e veti grillini

di Elisa Calessivenerdì 28 agosto 2026
Elly Schlein, due grosse grane: mandato in scadenza a marzo e veti grillini

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Le vacanze sono finite anche per Elly Schlein. Dopo alcuni giorni di ferie - gelosamente tenuti al riparo dai riflettori - la segretaria del Pd ieri è tornata sulla scena, partecipando a ben due feste dell’Unità: alle 18:30 a Rivalta sul Mincio, in provincia di Mantova, alle 21.30 a Crema. Due feste periferiche, ma che Schlein non ha voluto mancare (come aveva fatto anche prima di Ferragosto comparendo nei paesi più piccoli), consapevole che l’esercito dei militanti sarà decisivo in caso di primarie. E conviene prepararsi. Perché mentre nel Pd si discute su come evitarle, i M5S sono sempre più decisi a farle. Curiosa inversione di ruoli, dal momento che il Pd, nato con le primarie, le ha sempre considerate uno strumento privilegiato e fino a pochi mesi fa era il M5S che si rifiutava di farle per scegliere i candidati. Ieri Riccardo Ricciardi, capogruppo alla Camera, parlando al Corriere della Sera ha aperto un nuovo fronte: la platea degli elettori. Come si devono svolgere le primarie? «Individuiamo prima i principi e i valori e le apriamo a chiunque, anche online, senza pre-registrazioni o tessere che allontanano la partecipazione». Ha aggiunto: «Si possono fare a turno unico», l’importante è che «le primarie devono essere una bella sfida aperta». Dunque l’apertura delle primarie, senza registrazione e online, è persino più importante della scelta se farle a turno unico o doppio.

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E si capisce. Conte, infatti, ha un consenso molto più trasversale di Schlein. Per questo ha tutto l’interesse che a votare ai gazebo ci vada chiunque. Per lo stesso motivo, Schlein - che pure è diventata segreteria grazie al voto anche di non iscritti al Pd - vuole una platea più delimitata. Del resto il nodo di chi possa votare era stato motivo di contesa anche nel 2012, quando alle primarie di coalizione partecipò, oltre al segretario del Pd, Pierluigi Bersani, anche Matteo Renzi. Il primo voleva che gli elettori si registrassero giorni prima rispetto al voto, il secondo era per regole meno rigide. Bersani voleva che votassero i militanti, i tesserati (tra i quali era sicuro di prevalere), Renzi voleva che partecipassero anche i non tesserati, sapendo che proprio lì poteva avere consensi. Ora si potrebbe ripetere la stessa contesa. Ma con una sfida ancora più sul filo. Conte sa di avere un consenso che supera quello del M5S e che pesca persino oltre il centrosinistra. Ha tutto l’interesse a volere primarie il più possibile aperte. La forza di Schlein, invece, è la la platea organizzata del Pd e della Cgil.

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LA SCADENZA
Le grane per la segretaria, però, non finiscono qui. Il 12 marzo 2027 scade il suo mandato, essendo stata eletta il 12 marzo 2023. Secondo l’articolo 8, comma 2, dello statuto del Pd, il presidente dell’assemblea nazionale deve indire l’elezione del segretario «sei mesi prima della scadenza del mandato». Dunque il 12 settembre Stefano Bonaccini dovrebbe avviare le procedure del congresso. Essendoci le elezioni, tutti sono d’accordo a rinviare il congresso. Ma per farlo Bonaccini dovrà convocare l’assemblea nazionale e mettere ai voti la richiesta di una proroga. Certamente la richiesta passerà. Ma con quali contropartite? L’assemblea, infatti, riflette i pesi delle varie correnti, le quali - paradossalmente - sono aumentate in questi anni. Soprattutto nella maggioranza che sostiene Schlein. Logico che i capibastone, prima di votare la proroga, chiederanno garanzie alla segretaria. Su due punti, in particolare: i posti bloccati nelle liste per le elezioni che si svolgeranno di lì a pochi mesi (i capilista e il listino del premio) e le deroghe di cui 37 big hanno bisogno per potersi ricandidare, avendo superato il limite statutario dei tre mandati parlamentari C’è chi ricorda che Sergio Mattarella, nel 2008, rinunciò alla ricandidatura, avendo già alle spalle svariate legislature. Un esempio che dovrebbe chiudere ogni rimostranza. Ma non c’è da illudersi. A meno che Schlein, come qualcuno le suggerisce, non proponga ai “deroganti” un’altra via d’uscita: candidarsi, ma con le preferenze (se passa la legge in discussione).