«Ho attraversato indenne oltre 240 atti di citazione, querele e mediazioni». Parola di Sigfrido Ranucci. Una frase che, in realtà, svela il vero metodo Report. Io ti accuso e poi, se ho detto qualcosa di sbagliato, una soluzione si trova. Nei giorni scorsi la società che ha fatto causa per il servizio di Giulia Innocenzi sugli allevamenti intensivi dei maiali ha chiesto all’ufficio legale della Rai di avere il dato delle cause perse dalla trasmissione di Rai 3. Un’informazione che a Viale Mazzini ritengono sensibile e non divulgabile. Ma, a quanto risulta a Libero, sono ben pochi i casi in cui la tv di Stato è stata costretta a pagare risarcimenti per gli errori degli inviati di Report. Pare che tali episodi, negli ultimi due lustri, con Ranucci alla guida della trasmissione, si contino sulle dita di una mano.
Ma se il conduttore può vantare poche condanne lo deve anche alle sue capacità diplomatiche. Infatti riesce quasi sempre a chiudere i contenziosi in fase di mediazione. L’istituto della mediazione è una procedura extragiudiziale gestita tramite il ministero della Giustizia per risolvere liti civili e commerciali con l’aiuto di un mediatore.
In questa sede Ranucci si presenta quasi sempre personalmente e offre rettifiche o precisazioni che quasi sempre vengono concordate con chi lamenta accuse infondate e danni d’immagine.
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Chi lo ha visto all’opera racconta che il giornalista, in modalità poliziotto buono, spiegherebbe spesso alla controparte che il servizio è già stato «ammorbidito» e che le accuse più scivolose sono state messe in stand-by in attesa di approfondimento. Un argomento che spesso convincerebbe le «vittime» di Report a evitare nuove puntate o nuove accuse con questi accordi extragiudiziali.
Le mediazioni portate a termine con successo sarebbero diverse decine. Ma non sempre l’operazione riesce. Per esempio, come abbiamo raccontato, c’è chi è riuscito, come la parlamentare di Fratelli d’Italia Isabella Rauti, a portare alla sbarra in un processo penale Ranucci e l’inviato Paolo Mondani, con l’accusa di diffamazione. Il processo è in corso.
L’amico e inviato speciale di Donald Trump, Paolo Zampolli, ha intentato una causa civile, chiedendo 5 milioni di euro di risarcimento, e presentato una denuncia penale per tre puntate ritenute diffamatorie e per cui era stata presentata una formale diffida alla messa in onda.
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Al centro del dibattito a Zona Bianca, su Rete 4, c'è ovviamente il caso Ranucci. In collegamento con lo...In questo caso Ranucci non è riuscito a convincere Zampolli ad accettare un’intervista riparatrice o una smentita da pubblicare sui canali social della trasmissione.
L’avvocato Maurizio Miculan spiega perché il suo cliente non abbia accettato l’offerta di Report: «Secondo la trasmissione Amanda Ungaro, ex compagna di Zampolli, sarebbe stata arrestata prima e deportata poi in ragione di un intervento di Zampolli sulle autorità federali. Ma da un articolo del New York Times da noi segnalato prima della messa in onda di Report risulta che il Dipartimento di Stato statunitense aveva pubblicamente escluso qualsivoglia forma di intromissione di Zampolli nella vicenda. Peggio: lo stesso Nyt precisava che era stata la stessa Ungaro a richiedere l’estradizione in Brasile, preferendola alla detenzione negli States. È un esempio di mancata valutazione di fonti aperte in danno di Zampolli».
C’è poi un secondo episodio: «La zia di Zampolli lo ha accusato di aver fatto interdire e internare la propria madre per interessi economici. In realtà alla signora è stato nominato un amministratore di sostegno dal Tribunale di Milano in ragione delle gravi condizioni psicofisiche in cui versava l’anziana. E la zia aveva preso parte alla procedura opponendosi alla stessa. Quindi mente sapendo di mentire e Report non ha dato conto di quanto da noi documentato prima della trasmissione per dimostrare la realtà dei fatti».
Non è finita: «In un servizio Zampolli è stato accusato di aver realizzato la più grande truffa ai danni dell’Onu di cui è ambasciatore. Un danno da 80 milioni di euro. Peccato che da fonti aperte risulti che il responsabile sia stato arrestato e che Zampolli non sia neanche mai stato indagato. Anche in questo caso non è stata concessa alcuna replica, pur richiesta, al mio assistito». L’avvocato conclude: «Report ha completamente disatteso la diffida da me inviata in cui offrivo anche i documenti che provavano tali menzogne». Per questo non è stato possibile raggiungere un accordo bonario. Ma se Zampolli ha deciso di non mediare e di andare alla guerra, c’è chi ha scelto un’altra strada.
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L’Eni, la compagnia petrolifera a partecipazione pubblica, ha accettato la mediazione, con pubblicazione di precisazione, ma ha fatto causa alla presunta fonte di Report.
L’azienda ha citato in giudizio un ex regional security manager del Cane a sei zampe per il Nord Africa e il Medio Oriente. Nell’atto di citazione depositato a maggio, l’Eni chiede di «accertare e dichiarare la responsabilità del convenuto [...] quale identificato autore dell’illecita sottrazione e divulgazione a terzi di documentazione e notizie strettamente riservate di Eni spa».
Report aveva annunciato che «uno dei giornalisti della trasmissione avrebbe scoperto «dei leaks, dei documenti, piani di volo, e-mail, rapporti riservati che testimoniano come proprio nei giorni del rapimento, della tortura, e dell’uccisione di Giulio Regeni i vertici dell’Eni hanno incontrato il governo egiziano, mentre il governo egiziano si sottraeva alla richiesta delle nostre istituzioni di parlare del caso Regeni».
Un accostamento suggestivo che ha costretto la Rai ad aderire alla richiesta di mediazione legale e a fare un rapido dietrofront, pubblicando nel gennaio scorso sul sito della trasmissione questa precisazione: «Con le affermazioni espresse nelle trasmissioni di Report del 5 maggio 2024 e 17 novembre 2024 e con le affermazioni contenute nei post di Report relativi a dette trasmissioni, non si è inteso, né si intende sostenere l'esistenza di un ruolo di Eni nel rapimento e nell’uccisione di Giulio Regeni, bensì l'esistenza di una sovrapposizione storica e temporale tra il sequestro, l'uccisione e il ritrovamento di Regeni con la finalizzazione del negoziato per l’assegnazione della licenza del campo di Zohr, senza per questo alludere che le due vicende fossero collegate». Le puntate, nate per smontare il cosiddetto Piano Mattei per l’Africa e denunciare la presunta cinica sottomissione del Governo alla Ragion di Stato, diventano improvvisamente il racconto di una mera coincidenza temporale.
Ma se la trasmissione se l’è cavata con questa ammissione, la presunta fonte rischia di più. Infatti l’Eni ha chiesto la condanna di L.C. a un risarcimento di 2 milioni di euro.
Per gli avvocati dell’azienda Ia puntata di Report, sebbene abbia diffuso informazioni «in gran parte inesatte ed in alcuni casi del tutto inveritiere», ha dato prova che la redazione era entrata in possesso di «dossier e/o comunque di documentazione e di notizie riservate sottratte illecitamente ad Eni e altrettanto illecitamente rese pubbliche causando gravi danni alla società e ai suoi amministratori, nonché potenzialmente pericolose per la sicurezza del personale Eni in Italia e all'estero».
Per la società energetica «tali dossier, documenti, notizie non possono che provenire dal trafugamento e/o illecita diffusione di corrispondenza e documenti interni di Eni aventi natura riservata e personale».
Non è stato possibile chiedere una replica a L.C., il quale ha tagliato i ponti con l’Italia e oggi vive in Francia. Se il Tribunale lo condannerà a pagare, potrà chiedere un contributo alla redazione di Report.




