La geopolitica non è soltanto materia per esperti e addetti ai lavori. Se vuole arrivare al grande pubblico deve diventare racconto: avere luoghi, immagini, protagonisti e storia. È la sfida televisiva di Federico Rampini che torna con Risiko - Sfide di potere, quattro puntate da stasera per quattro giovedì in seconda serata su Canale 5. «Siamo alla seconda stagione di un programma che spiega il mondo, le sue crisi, le sue guerre e i suoi conflitti» ha detto il grande giornalista parlando con Libero.
«Questa volta abbiamo scelto di guardare alle sfide di potere interne agli Stati Uniti. Da una parte c’è il mondo con le sue crisi, dall’altra le ricadute sulle elezioni di midterm, nelle quali è in gioco anche il potere di Trump».
Per arrivare a un pubblico così largo, però, serve un linguaggio diverso da quello di un’analisi geopolitica tradizionale...
«Il metodo è sempre quello: grandi racconti con un passo cinematografico. Abbiamo scelto luoghi molto caldi anche per l’immaginario degli italiani: New York, la mia città, e Washington, con la Casa Bianca, il Congresso, Capitol Hill. È un racconto fatto e sceneggiato per lo più all’esterno, rendendo facile la geopolitica. È il modo più avvincente per decifrare il mondo».
Stasera si parte dal rapporto Usa-Medio Oriente all’indomani del 7 ottobre. È la giusta chiave di lettura?
«La crisi mediorientale, allargatasi al Golfo Persico e alla guerra con l’Iran, non si può appiattire sugli ultimi tre anni, per quanto siano stati tragici. Bisogna risalire alla fondazione di Israele, dopo la Seconda guerra mondiale, e alla rivoluzione iraniana del 1979, quando l’Iran dichiarò guerra a Israele, ai vicini arabi e all’America. Solo in questo quadro si capisce quello che succede oggi».
Che dire dello spinoso rapporto tra Islam e Occidente?
«La questione islamica è diventata più complicata anche per effetto dell’immigrazione. L’Islam è una religione mondiale, ma c’è anche la jihad che si è spinta in Africa. Io vivo a New York, città martire dell’11 settembre, e oggi ha un sindaco musulmano. Venticinque anni dopo le Torri Gemelle, l’America non è diventata una nazione islamofoba. Quello che è paradossale è che invece l’islamofobia è avanzata in paesi molto diversi dall’America. Come l’India e la Cina che rieduca i suoi musulmani. Noi occidentali ci auto-flagelliamo per colpe che non sono nostre».
Artico e America Latina sono altri due fronti aperti per Trump.
«Il bilancio di Trump nell’emisfero occidentale è meno negativo di quanto si crede. Gli Stati Uniti hanno recuperato influenza in Venezuela e c’è stata la cacciata dei cinesi dal Canale di Panama. In più, anche sulla Groenlandia l’ha spuntata, sebbene si sia comportato in modo molto scortese con i danesi».
Nell’ultima puntata: la sfida con la Cina, che coinvolge anche Giappone, Corea e India.
«È uno dei grandi temi del futuro. La Cina si sta chiudendo e persegue una strategia autarchica: vuole che il resto del mondo dipenda da lei e non vuole dipendere da nessuno. È una strategia che ha conseguenze anche sull’industria europea».
In questo scenario quale ruolo può giocare l’Italia?
«L’Italia è atlantista per forza. Non è un’opzione a cui un governo possa rinunciare. Lo dicono gli interessi del Paese. Quando Trump mise i dazi si arrivò a sostenere che bisognasse allearsi con la Cina. Sciocchezze. Il mercato nordamericano è rimasto fondamentale per il Made in Italy. I consumatori americani lo adorano e i grandi gruppi italiani investono sempre di più negli Stati Uniti. I presidenti cambiano: gli interessi dell’Italia restano e non c’è alternativa all’atlantismo».




