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Ecco quel che resta di Ranucci

di Daniele Prioridomenica 11 ottobre 2026
Ecco quel che resta di Ranucci

4' di lettura

Sigfrido Ranuncci, il giorno dopo la sentenza di rigetto del suo ricorso contro la Rai, fa la conta dei nemici che a suo dire ben conosce e calcola nel numero degli “articoli falsi” (3500) pubblicati contro di lui. Ma si trova di fronte a un novero in realtà ben più amaro: quello degli amici presunti, se non proprio falsi (quelli sì). Tra i quali, inevitabilmente carta canta - l’ex conduttore di Report oggi non può non inserire, addirittura in cima alla lista, quella che lui pensava fosse la sua squadra e, invece, ordinanza alla mano, l’ha tradito pesantemente. Figura mesta per tutti, pontificava ieri la nuova conduttrice Claudia Di Pasquale, ospite della festa di Fanpage a Roma. «Non ha vinto nessuno, abbiamo perso tutti. Ora dovremo dimostrare di essere autorevoli e indipendenti più di prima» ha detto la giornalista, assumendo di fatto su di sé il ruolo di leaderina carismatica. Particolare che - avendone un po’ inquadrato l’indole - avrà fatto inviperire se possibile ancora di più SuperSigfrido. Ma tant’è.

Per coprire la figura da Bruti e Iscarioti, ieri i redattori di Report una supercazzola dovevano pur inventarla per coprire le pagine vergate invece in punta di diritto e a tutta purezza dalla giudice del Tribunale del Lavoro di Roma, Donatella Casari. E così la Di Pasquale ha continuato il suo pietoso redde rationem in morte (professionale) di Ranucci.
Dal quale, però, a ben vedere, nemmeno una solidarietà tardiva emergeva, quanto la conferma di un gelo evidente calato tra le parti che infatti, ha confermato Di Pasquale, non si sono sentite nemmeno dopo la sentenza. Rispetto alla quale, anzi, la futura coconduttrice del programma di Rai3 ha rincarato addirittura la dose.

MAI SFIDUCIATO Tornando convinta sul testo della lettera riportato integralmente nel dispositivo. «Se si legge il testo della sentenza, si può facilmente verificare che la proposta che era stata fatta dalla redazione era quella di affiancare a Ranucci due coautori. Lui sarebbe rimasto il conduttore, nessuno lo ha mai sfiduciato. Questa proposta non è stata accettata e il resto è storia. Ripeto: noi non l’abbiamo mai sfiduciato, anzi, lui doveva restare alla conduzione. Si trattava semplicemente di aiutarlo a superare insieme quella fase di emergenza che si era creata con la campagna e la gogna mediatica scatenate contro di lui e contro il programma».


Che leggendo tra le righe in maniera nemmeno troppo criptica fa capire che: no, non siamo stati noi - come tutti i giornali di ieri hanno ovviamente interpretato - ma è stato lui, alma sdegnosa, a rifiutare l’aiuto. Per cui, vada come vada. E infatti è andata. E Sigfrido che, a pochi minuti dalla sentenza, era sembrato quasi serafico, forse perché assuefatto dall’affetto rinforzato del suo pubblico a teatro; con ventiquattr’ore di riflessione, morsi e rimorsi amarissimi, proprio contro la sua ex redazione è andato col fucile a pallettoni. Abitudine che - stando alle voci e alle testimonianze di corridoio di via Teulada - aveva in realtà anche prima, ovvero nel pieno del suo regno vagamente dispotico. «Magari potevano mandare un messaggio un po’ prima, in maniera anche forte» è sbottato il giornalista da Bologna leggendo le note d’agenzia piagnucolose dei suoi ex redattori.

Ranucci ha sottolineato come i giornalisti che guidava fino a qualche mese fa abbiano preso posizione ieri dopo essersi resi conto «che nell’ordinanza il giudice aveva rigettato il ricorso, motivandolo, attingendo a una serie di dichiarazioni degli amici. Perché non ho avuto solo Lavitola come amico, ho avuto pure Santoro che ha detto che avrei dovuto abbandonare Report, Formigli e anche Saviano» che peraltro oggi pomeriggio terrà uno speech a tema sempre alla festa di Fanpage, ampiamente pubblicizzato e incentrato proprio sul caso Ranucci. C’è poco da dire. È uno scontro tra titani del pensiero sinistro che rappresenta plasticamente la geografia del presunto “campo largo” che, nello specifico, attorno a Sigfrido è diventato strettissimo. Un monocolore e un monogiornale. In quanto, stando a dichiarazioni e articoli “veri” (sempre secondo l’esegesi ranucciana) sono rimasti solo i membri della Vigilanza Rai del Movimento 5 Stelle a solidarizzare puntuali e, come organo di stampa, soltanto Il Fatto. Lentamente si sono defilati anche gli ex affezionati del Domani con annessa flottilla parlamentare rossoverde di Avs. Da tempo sono spariti dai radar i solitamente loquaci “comunicatori” del Pd e addirittura gli indignati perenni di Usigrai e Articolo 21 che, salvo una difesa d’ufficio di un mesetto fa, specie dopo il modo in cui è stata messa alla porta da Ranucci la loro ex pupilla, Giulia Presutti, si sono ben guardati dal mostrare ulteriore calore al buon Sigfrido che di fatto oggi mette i colleghi infedeli alla stregua del fraterno amico bombarolo Lavitola.

TONI PROVOCATORI E allora non stupisce la faccia da poker di Corrado Formigli (uno di quelli chiamati in correità dal Ranucci tradito) che addirittura, con toni parsi vagamente provocatori, ha quasi esultato. «La prima cosa che ho pensato quando ho letto la sentenza è stata: Dio ci conservi i giudici. La giudice era stata massacrata prima, accusata di essere comunista, per cui avrebbe sicuramente dato ragione a Ranucci. E invece ha preso in contropiede coloro che lo pensavano, dimostrando che in questo Paese i magistrati sono indipendenti, e questa è una buona notizia». Tu quoque, Corrado.