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Liliana Segre, la sopravvissuta usata dalla sinistra per dividere

Pietro Senaldi
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A Liliana Segre, di tatuaggio sul braccio gliene basta uno. La senatrice a vita troppe ne ha viste e ancora di più ne ha patite per mettere a disposizione la propria sofferenza e la propria testimonianza a chi è interessato a usarle come un randello per legnare l’avversario politico. Quando si è stati vittima del feroce e folle odio nazista, si sviluppa un’idiosincrasia per ogni odio, anche quello che si esprime nelle forme cialtronesche e bottegaie tipiche della sinistra nostrana.

Succede che ieri Pd e M5S abbiano elaborato una mozione per la festa della Liberazione e l’abbiano corredata con alcune frasi della grande sopravvissuta, senza però prima chiederle il permesso. Il gioco era chiaro: farsi bocciare il testo dalla maggioranza per poi accusarla di essere fascista in quanto non sottoscrive le parole della Segre. Tuttavia, la senatrice a vita si è sfilata prestamente la giacca per la quale la sinistra voleva tirarla e ha rilasciato una seccata dichiarazione nella quale precisava di «non essere promotrice né firmataria di alcuna mozione tra quelle in discussione in Parlamento».
Con tanto di tirata d’orecchie ai cosiddetti giornaloni specializzati nel portare acqua alla sinistra, esplicitamente citati dalla 92enne superstite di Auschwitz con un puntuto «riferimento alle affermazioni apparse sulla stampa e nel dibattito pubblico». Un atto di accusa diretto al Pd e un altolà ai suoi organi di stampa: «Non nel mio nome».

LEZIONE STORICA
Conscia della propria missione istituzionale e di rappresentare tutto il Parlamento, Segre non si è prestata a farsi strumentalizzare da chi la celebra e la lusinga per poi utilizzarla come testimonial di bandiera. La senatrice a vita non si è prestata a svilire la festa della Liberazione rendendola occasione divisiva, che poi è lo scopo che persegue il Pd quando arriva il 25 aprile ma governa qualcun altro. Già, perché il giochino della sinistra è sempre lo stesso: prima si dichiara antifascista, poi afferma che in quanto tale è democratica, quindi sostiene di essere la sola, poiché erede della Resistenza comunista, a essere abilitata a dare agli altri la patente di democraticità, stabilendone le condizioni.

Confondono le acque, gli eredi del Pci, si dichiarano democratici in quanto antifascisti, un po’ come oggi Putin e ieri Stalin, e non antifascisti in quanto democratici, come lo sono invece tutti i liberali e i progressisti, siano essi di destra o di sinistra. Un trucco che può confondere gli elettori del Pd, i fedelissimi, ma non una mente libera come quella della Segre. Conscia della propria missione di simbolo dei valori democratici e occidentali, questa grandissima donna ha smascherato il gioco dell’opposizione e ha puntato il dito. A chi è finito dietro la lavagna ora non resta che imparare la lezione e smettere di usare il 25 aprile come una data divisiva, uno spartiacque tra i buoni, loro, e i cattivi, chi non combatteva e non combatte il totalitarismo con il pugno alzato, che è peraltro uno dei simboli massimi della dittatura sanguinaria. Il “non ci sto” della Segre ha trasformato la giornata di ieri della sinistra parlamentare in una Caporetto. 

Doppia, se si pensa che la maggioranza ha votato la mozione sulla Liberazione redatta dall’opposizione, schiaffo morale, incassando pure la soddisfazione di non vedersi sostenere la propria dalla sinistra, con la scusa che essa non si richiamava all’antifascismo ma si limitava a condannare il fascismo e il comunismo, equiparandoli. Forse anche questo ha dato fastidio al nuovo Pd, che ricorda sempre più da vicino il vecchio Pci.

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