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Quirinale, i nomi che farà Bersani a Berlusconi: Finocchiaro, Marini, D'Alema, Amato

Giulio Bucchi
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di Claudio Brigliadori E alla fine rimasero in quattro. Non proprio amici al bar, visto che di coltellate alle spalle ne sono volate parecchie. Quei quattro sono i nomi dei "candidabili" al Quirinale che il segretario del Pd Pierluigi Bersani farà pervenire a Silvio Berlusconi, nella speranza che l'intesa col Pdl si concretizzi aprendo poi nuove prospettive anche su Palazzo Chigi. La rosa alla fine si è ridotta e in lizza, per quello che Beppe Grillo chiama "l'inciucio", sono rimasti Anna Finocchiaro, Franco Marini, Massimo D'Alema e Giuliano Amato.  Questione di numeri - Un po' di numeri, perché saranno quelli a contare da giovedì 18 aprile quando il Parlamento in seduta plenaria comincerà a votare il nuovo presidente della Repubblica (alle 10 e alle 15 e due volte al giorno, esclusa la domenica). Fino alla terza votazione occorrerà una maggioranza di due terzi: quindi 672 voti. Dalla quarta tornata basterà una maggioranza assoluta, 504. Pd, Pd e Lega Nord insieme arrivano a 777, con Monti la quota sale a 838. Bersani da solo, contando anche i vari delegati delle Regioni, arriva a quota 498. Quindi, dalla quarta votazione il Pd potrà di fatto eleggere il presidente "in autonomia" strappando appena 6 voti nel resto del Parlamento. Sempre che, naturalmente, il Pd voti granitico lo stesso candidato. E visto quello che è successo negli ultimi giorni, con il caso Renzi, è una scommessa. Chi scende: Finocchiaro e Marini - Certo, davanti all'obiettivo di porre un proprio uomo sul Colle, anche i democratici più riottosi potrebbero scendere a miti consigli. L'impressione, per ora, è che si cercherà fino all'ultimo una mediazione con il Pdl, perché il segretario Bersani (pur con rammarico) ha capito che l'unico modo per diventare premier è ottenere il via libera del centrodestra scegliendo un presidente della Repubblica il più condiviso possibile. Per motivi di equilibri interni, sia la Finocchiaro sia Marini sembrano scivolati in basso nella griglia dei favoriti. Piacciono entrambi a Berlusconi, ma non a Renzi. Scegliere loro significherebbe, di fatto, far morire il Partito democratico. Chi sale: D'Alema e Amato - Al Cavaliere piacerebbe l'idea del suo grande nemico D'Alema sul Colle, perché può sembrare paradossale ma il dialogo sarebbe sicuramente più semplice. Il guaio è che Baffino non raccoglie i favori dei bersaniani e dei giovani turchi in particolare, e nemmeno alla Lega Nord. Ma sarà un nome che ballerà parecchio entro le prime tre tornate. Quello forse in grado di unire un po' tutti, a macchia di leopardo, è Amato. Piace abbastanza al Pd, piace abbastanza a Monti, piace abbastanza al Pdl e a Berlusconi che lo considera il male minore rispetto alla rottura coi dem e a un eventuale approdo alla quarta tornata. Il ruolo dei grillini (e di Prodi) - Già, la quarta tornata. Se Pd e Pdl non troveranno un accordo, allora Bersani dalla quarta tornata andrà per la sua strada e si sentirà libero di far eleggere un presidente condiviso, sì, ma non dal centrodestra. Due sono i nomi caldissimi. Da una parte c'è Stefano Rodotà, terzo nelle Quirinarie del Movimento 5 Stelle (ma di fatto il primo, visto i probabilissimi dinieghi di Gabanelli e Strada). La sua elezione a presidente è la condizione necessaria per l'eventuale nascita di un governo Bersani con appoggio del M5S, parola di Grillo. L'altro nome è, naturalmente, Romano Prodi: il professore potrebbe rimediare i voti di buona parte del Pd, di qualche montiano (anche se con lui al Quirinale, l'altro prof Monti sarebbe di fatto annullato dalla scena politica nazionale e internazionale) e di qualche grillino ansioso di accreditarsi agli occhi dei democratici o semplicemente timoroso di andare a casa prematuramente. Certo, a quel punto Bersani potrebbe anche ottenere la poltrona di premier, ma mantenerla arebbe una guerra quotidiana. Non solo con Renzi e D'Alema.

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