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Libia, Farina: "Danno la colpa a Salvini, ma forse si sono scordati", suicidio firmato Massimo D'Alema

Caterina Spinelli
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Oggi ad Ankara il sultano Erdogan e lo zar Putin si spartiscono la Libia. Le previsioni dicono che alla Russia toccherà la Cirenaica (Bengasi) e alla Turchia spetterà una voce forte sulla Tripolitania. Saranno due entità statali o una federazione? Di certo solo le due potenze militari capeggiate da Erdogan e Putin hanno la forza per sistemare l' antica colonia italiana. L' hanno fatto in Siria, hanno la forza per imporre la loro pax russo-ottomana a un passo dal nostro povero Paese. Ci tocca sperare in questa intesa (con lo sguardo benevolo di America e Israele) che impedisca la degenerazione della guerra civile in stragi paurose e con la fuga verso le nostre coste di miriadi di disperati e di centinaia di terroristi. Comunque si apparecchino la tavola Russia e Turchia, noi ci saremo sì, ma nelle parti della pietanza: vedi alla voce pozzi petroliferi, contributi economici per sostenere la ricostruzione, visto che siamo stati bravissimi ad aiutarne la distruzione. PREMI DI CONSOLAZIONE Si compirà la nostra straordinaria ed efficacissima politica suicida iniziata nove anni fa. Il resto sono balle. Pie illusioni. Mosse diplomatiche per far scena, tentativi disperati di sventolare un premio di consolazione alla lotteria del Medio Oriente. Franco Frattini consiglia il nostro governo di ammansire Putin offrendo finalmente il veto alle sanzioni commerciali contro la Russia. Troppo poco e troppo tardi. Abbiamo perso la Libia nel marzo 2011, con la sciagurata azione bellica con cui l' Italia dichiarò guerra a sé stessa. Fornimmo le basi e demmo appoggio a un' alleanza che trucidò Gheddafi il cui sangue è ricaduto su di noi che gli eravamo alleati e con il quale avevamo stipulato un Trattato di amicizia che ci dava i massimi vantaggi. Il colonnello garantiva stabilità politica nell' area a dieci minuti di volo dalla Sicilia, era in guerra totale contro Al Qaeda e la jihad islamica che si sarebbe poi chiamata Isis, bloccava l' immigrazione clandestina, assicurava sicurezza energetica grazie agli accordi con l' Eni. Tutto a catafascio. In quel tempo il governo Berlusconi fu debole, cedette alle pressioni degli alleati europei ma soprattutto alla formidabile spinta interventista del capo dello Stato, il quale radunò il Consiglio supremo di Difesa, da lui presieduto, forzando la legge e convocandolo prima e non dopo le decisioni del Parlamento e del Consiglio dei ministri, con ciò predeterminandoli. Questa richiesta di intervento non è stata della singola personalità di Napolitano ma di tutto il Partito democratico, che spingeva per azioni immediate. Che accade ora? Paolo Gentiloni rovescia la frittata. Ridicolmente, lui che ne è dirigente, urla sulla prima pagina di Repubblica «Europa svegliati» e dice che la colpa «del baratro» ce l' hanno non Sarkozy, Hillary Clinton e Napolitano, ma è di Salvini per aver bloccato i porti! Dice l' ex premier: «La faccia feroce in qualche porto non ha potuto riempire l' assenza di un intervento sul piano economico e umanitario». Insomma Salvini avrebbe dovuto continuare la politica di Gentiloni premier che ha pagato con fior di milioni laeder di milizie, rivelatisi schiavisti torturatori. Pazzesco. Gentiloni protegge il dito suo e del Pd che premettero con freddezza da killer il grilletto contro la Libia nel 2011. Su quella macchina da guerra gli unici a non salire furono la Lega e l' Idv di Di Pietro. Il Pdl su quella macchina salì carico di buone intenzioni. Ciò che è peggio in politica dell' essere cattivi. Il 18 marzo 2011, al Senato, si decise la nostra disgraziata avventura in Libia. Il giorno precedente il Consiglio di sicurezza dell' Onu aveva votato la risoluzione n. 1973 che autorizzava «all necessary misures», tutte le misure di «protezione dei civili». Tutte! Ci hanno fregato così. Tutte! Furono convocate d' estrema urgenza, di venerdì pomeriggio, le commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, con potere deliberativo. (Ne facevo parte come deputato del Pdl). Intervennero Franco Frattini e Ignazio La Russa, ministri di Esteri e Difesa. Esposero le loro posizioni pro-Nato. Parlammo in tredici. Ci sono i verbali. Massimo D' Alema a nome del Pd disse: «L' Italia rappresenta una specie di passaggio a livello e, di conseguenza, è molto importante dire subito sì, autorizzando il governo a prendere tutte le misure necessarie ad una partecipazione attiva, nelle forme possibili». Il nostro compito: alzare le sbarre, far passare il treno della guerra a cui noi aggiungeremo il vagone tricolore. Si capiva dove si andava a parare: guerra senza se e senza ma. Fiamma Nirenstein a nome del Pdl approvò l' intervento di D' Alema: «Lo condivido perché cerchiamo di fermare un dittatore sanguinario che ha sparato sul proprio popolo». LA LEGA VOTÒ CONTRO Intervenni per ultimo. Cercai di mettere dei paletti. «È chiaro che esiste la necessità che l' Italia prenda la testa di questo tipo di intervento in chiave umanitaria... Noi non andiamo a fare una guerra: noi andiamo a portare un aiuto umanitario. Ritengo, infatti, che nel campo della forza e dell' occupazione l' Italia abbia già dato cento anni fa». O «posizione di leadership» o niente. Non mi assolvo, i miei paletti erano paracarri di cartone, furono spazzati via. La Lega votò contro, sosteneva che l' unica posizione giusta fosse quella della Germania, di neutralità. Ora caro Gentiloni un mea culpa personale sarebbe doveroso. Il Pd fu l' unico, con il prestigio di Napolitano e D' Alema, a essere devotamente al fianco di Obama e Sarkozy. Il resto sono fake news. di Renato Farina

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