Libero logo

Sardine, la profezia di Pietro Senaldi: "Diventeranno un partito per morire in fretta"

di Gabriele Gallucciodomenica 12 gennaio 2020
Sardine, la profezia di Pietro Senaldi: "Diventeranno un partito per morire in fretta"

3' di lettura

Si fa in fretta a montarsi la testa, specialmente se non è molto piena. A meno di due mesi dalla loro nascita le Sardine hanno annunciato che si stanno organizzando per diventare un partito. Prima del voto in Emilia-Romagna del 26 gennaio Mattia Santori renderà nota la data in cui radunerà il proprio branco per una sorta di congresso nazionale. Sarà, probabilmente, una due giorni nella quale il neo movimento cercherà di dotarsi di una struttura territoriale e gerarchica e proverà anche a darsi un contenuto politico che vada oltre l'abbasso Salvini che finora è l'unico mantra che unisce i pesciolini rossi. Per approfondire leggi anche: Ci mancavano solo i Sardoni Il letargo delle vacanze di Natale è servito alle Sardine per stendere l'elenco dei buoni propositi dell'anno nuovo. Fino a ieri Santori e i suoi accoliti giuravano che non sarebbero diventati mai un partito ma la giostra delle ospitate televisive e l'ebbrezza di scoprire nei sondaggi che, qualora si presentassero, prenderebbero più voti di Zingaretti e compagni, devono avergli fatto riconsiderare tutto. Nate per risolleticare l'orgoglio rosso dell' Emilia-Romagna, completamente intorpidito e disilluso dallo spettacolo che la sinistra offre da anni a livello nazionale, le Sardine non ci stanno più a inabissarsi dopo le consultazioni, con tanti ringraziamenti da parte dei dem. Bologna sta stretta al nuovo movimento, che vuol continuare a dire la sua alla nazione benché finora nessuno abbia capito bene il contenuto del messaggio. Se fossimo nel Pd, o in Salvini, dormiremmo sonni tranquilli. La trasformazione dei pesci in scatola in partito è l'inizio della loro fine. Un po' tutti sospettavano che, come ogni buon prodotto ittico, le acciughe emiliano-romagnole sarebbero marcite nel giro di tre giorni, ma la loro mutazione da prodotto di strada, da prendere e consumare all'impronta, a merce confezionata da collocare nell'affollato scaffale dell'offerta politica non fa che affrettarne i tempi del trapasso. I sondaggi che si sono rincorsi nelle ultime settimane riportano che un elettore su quattro simpatizza per la banda di Santori, e potrebbe considerare di votarla. Ma poiché le Sardine non hanno un programma, non hanno un leader credibile, non hanno una struttura, non hanno contorni ben definiti e non hanno preso posizione su nessun tema chiave del Paese, in realtà le rilevazioni demoscopiche sulle loro potenzialità non hanno senso. Nessuno, neppure chi ne fa parte, saprebbe dire cosa il movimento pensi del mercato del lavoro, della burocrazia, delle tasse o come riformerebbe le pensioni e la giustizia o risolverebbe il dramma immigrazione. Si sa solo che si tratta di un gruppo di ragazzotti ai quali piace girare il mondo ripetendo slogan banali e ai quali sta sulle scatole Salvini. Diventare partito significa diventare grandi e, con tutta la benevolenza del mondo, questa sembra una missione impossibile per il trentaduenne Santori, che è coetaneo di Di Maio ma ancora si presenta con l'aria e l'abbigliamento del leader studentesco. L' incontro con la politica sta distruggendo perfino i Cinquestelle, benché fondati da un genio visionario come Gianroberto Casaleggio e da un talento assoluto come Grillo. Finché berciavano fuori dal Palazzo o dai comodi banchi dell'opposizione, i grillini sembravano una falange compatta, sapevano cosa dire e dispensavano ricette salvifiche. Quando gli italiani ci sono cascati e, avventatamente, hanno dato le chiavi del Paese in mano all'esercito pentastellato, esso si è sbriciolato, è andato in rotta e si è disperso senza neppure bisogno che qualcuno lo attaccasse. È bastato che gli avversari lo osservassero mentre provava a realizzare quello che aveva promesso. Per le Sardine, la fine sarà ancora più rapida. Esse non hanno neppure un programma intorno al quale coagularsi. Tantomeno una figura carismatica in grado di unirle e coordinarle. Per di più, arrivano da un mondo di volponi della politica, quella sinistra tra Bassa Padana e Appennini, mix di buona borghesia e mondo delle cooperative, che le ha fatte nascere, le sta sfruttando, e ne farà un sol boccone appena non le serviranno più. Al politicamente morituro Santori va riconosciuta però l'attenuante della buona fede. Probabilmente è vero che, quando ha iniziato la sua avventura massmediatica, il giovane non voleva buttarsi in politica. Anche lui tuttavia, proprio come Di Maio e la maggioranza dei grillini, ha il problema di non avere un lavoro serio e redditizio al quale tornare una volta sceso dal carrozzone. E allora, meglio fare il piazzaiolo e il piazzista di se stesso. di Pietro Senaldi