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Alfonso Bonafede, il "no" a Di Matteo non è "farina del suo sacco". Chi ha dato l'ordine da "molto in alto"

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Quel “no alla nomina di Di Matteo al Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dal) non è opera sua. Alfonso Bonafede “di menate ne ha fatte tante, ma il no non è farina del suo sacco. È venuto da molto, molto in alto”. Dal Quirinale forse? E’ quanto rivela un esponente grillino del governo ad Augusto Minzolini che riporta il retroscena su Il Giornale.

 

 

E così il capo della delegazione Cinque Stelle al governo rischia di pagare a caro prezzo quel sogno interrotto. “Il caso”, aggiunge un big della maggioranza, “potrebbe essere il sassolino nell'ingranaggio che provoca l'incidente irreparabile per Conte e il suo governo”. Certo l’idea di Bonafede aveva un suo perché dal punto di vista del Movimento. Peccato che il magistrato, ricorda Minzolini, “era stato anche il grande accusatore nel processo sulla trattativa Stato-mafia, quella dei primi anni '90, che si imperniò proprio sul fatto che nell'estate del '93 il responsabile del Dap dell’epoca decise di togliere centinaia di mafiosi dal regime di carcere duro”.

 

Una vicenda che ha tormentato i piani più alti delle istituzioni. “Furono distrutte un unicum nella storia di un Paese come il nostro le intercettazioni di quattro conversazioni telefoniche tra l'allora capo dello Stato, Giorgio Napolitano e l'ex ministro dell'Interno, Nicola Mancino”, aggiunge Minzo. Insomma, mai Colle poteva essere vista di “buon occhio l'idea di nominare Di Matteo al Dap”.

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