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Matteo Salvini e Giorgetti, "i santi in Vaticano della Lega": il nuovo assetto che preoccupa Giuseppe Conte

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 La pillola dei cinque giorni non è andata giù ai vescovi. Come avrebbe potuto? L'Agenzia italiana del farmaco, vigilata dal governo Conte, ha tolto alle minorenni l'obbligo di presentare la ricetta per la pastiglia che assunta entro 120 ore dal rapporto impedisce la gravidanza. E questo fa a pugni con tutto ciò che predica la Chiesa, a partire da Jorge Mario Bergoglio. La pillola che «viene di fatto equiparata a un farmaco da banco», scrive indignato Avvenire, ha «il potenziale di provocare aborti, per quanto molto precoci e impossibili da contabilizzare». E l'aborto, ha appena ribadito la lettera Samaritanus Bonus voluta dal pontefice, «consiste nell'uccisione deliberata di una vita umana innocente e come tale non è mai lecito». Nulla che pregiudichi le relazioni tra le due sponde del Tevere, ma comunque l'ultimo episodio di una lunga serie. Col quale si è rafforzata la convinzione che non è il caso di regalare ai giallorossi il monopolio della rappresentanza dei cattolici. Guardando alla linea «immigrazionista» del Vaticano e alle condanne espresse nei confronti di Matteo Salvini da certi vescovi, Giuseppe Conte e Nicola Zingaretti si erano forse convinti di avere un rapporto esclusivo con la Chiesa bergogliana. Il presidente del Consiglio, in particolare, non perde occasione per proclamarsi portabandiera dei cattolici. Anche ieri, nel messaggio inviato alla Fondazione Dc dell'ex ministro Gianfranco Rotondi, ha elogiato la Laudato si', seconda enciclica di papa Francesco, e «il ruolo e l'impegno dei cattolici italiani in politica», assicurando che il suo governo riserva alle loro battaglie, come la lotta alla disuguaglianze, «la massima attenzione».
 

 

 

 

Purtroppo per lui, la partita che si sta giocando all'ombra del Cupolone non esclude affatto il centrodestra, come già si era capito nei mesi scorsi, quando il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato del papa (e da lui destinato a essere rimosso molto presto, secondo certe voci), aveva incontrato Giorgia Meloni per parlare del prossimo sindaco di Roma. E non taglia fuori nemmeno la Lega. Tutt' altro. Il lavoro diplomatico che è stato avviato con la benedizione del cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, e col tacito assenso dello stesso pontefice, prevede di investire sul partito di Salvini, accompagnandone la trasformazione in forza di riferimento dei moderati, e dunque sull'inevitabile Giancarlo Giorgetti. Guarda caso, l'uomo che sta cercando di avvicinare la Lega al Partito popolare europeo. Il canale è aperto da tempo, va solo rafforzato. Giorgetti, eminenza azzurrina della Lega, ha contatti quotidiani con numerose eminenze porporate e a Roma alloggia in un centralissimo immobile di proprietà dell'Opera romana pellegrinaggi, della quale il suo amico monsignor Liberio Andreatta è stato amministratore sino a tre anni fa ed è tuttora il dominus. Una strategia dell'attenzione è stata avviata anche verso certi giovani amministratori della Lega, come il cattolico Massimiliano Fedriga.

 

Le ragioni sono ottime e abbondanti. Vanno dalla sensibilità di una parte dei vescovi, distanti dal progressismo anche perché ancorati a quella «difesa della vita» su cui Bergoglio non ha ceduto, alla necessità di mantenere buoni rapporti con chi presto potrebbe governare l'Italia, sino alla volontà, unanime in Vaticano, di avere nella capitale, durante il Giubileo del 2025, un sindaco che non sia né Virginia Raggi, bocciata senza appello, né certi nomi di seconda fila che girano nel Pd, tipo quello di Monica Cirinnà. Il tavolo rivolto alla Lega affianca così quello al quale siedono il «cattolico adulto» Romano Prodi e il suo amico Stefano Zamagni, presidente della Pontificia accademia delle Scienze sociali, intenzionato addirittura a fondare un partito ispirato ad Alcide De Gasperi e Aldo Moro. Del resto, sondaggi come quello di Arnaldo Ferrari Nasi pubblicato in questa pagina parlano chiaro. Pochi credenti sono interessati a una nuova Democrazia cristiana, la grande maggioranza di loro vuole disperdersi nelle «normali» sigle di centro, sinistra e destra. Ignorare questo fatto sarebbe un suicidio che nemmeno la Chiesa bergogliana, apparentemente disinteressata alla politica, intende compiere. 

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