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Paragone: "Perché lascio Italexit, cosa farò ora"

Gianluigi Paragone
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Mi viene in mente Cesare Zavattini e il suo Parliamo tanto di me. Scherzi a parte, il direttore mi chiede di scrivere della mia scelta di lasciare la guida del partito che ho fondato e contestualmente di uscire dalla competizione politica.

Esco innanzitutto per un senso di correttezza verso chi mi legge e chi mi vede in tv, nel senso che non voglio generare confusione: sta parlando il giornalista o il politico? Parlo e scrivo a titolo assolutamente personale, nel solco di quel che sono sempre stato visto che certe battaglie, soprattutto le più radicali, sono state mie in parlamento o nelle piazze come lo erano già state nei panni di conduttore e di giornalista (e qui a Libero i lettori mi conoscono bene). Torno dunque a essere giornalista, sempre con le mie idee. È giusto che un ex parlamentare torni a fare il giornalista? Certo che sì, non mi sembra che Lilli Gruber (tanto per fare un nome tra i tanti di ex onorevoli) si fosse fatta problemi rientrando da Bruxelles a Roma.

 

 

 

QUESTIONE DI MES

Perché mi dimetto, dunque. I motivi sono diversi. Comincio con quelli di “lettura politica” che ovviamente pesano di più. Con il voto negativo sul Mes, Fratelli d’Italia e Lega hanno dimostrato coraggio e coerenza. Era un banco di prova enorme dal momento che il Mes era un provvedimento carico di significati politici e le reazioni lo dimostrano. Negare la ratifica del cosiddetto fondo “salvastati” significa mettersi su una posizione politica che sradica l’Europa a trazione finanziaria, che toglie acqua avvelenata; sono certo che certi ambienti faranno di tutto per vendicarsi di questo no. Pertanto chi, come me, contesta radicalmente l’euro-architettura non può che applaudire il coraggio dimostrato dalla Meloni e da Salvini (Conte non può dire lo stesso: quando fu premier ebbe il mandato della sua maggioranza a lavorare per la ratifica).

Contestualmente non posso non registrare che lo spazio del dissenso si riduce: certo, si può sempre abbaiare alla luna, ma corre anche l’obbligo di verità. Lo voglio dire senza correre il rischio di finire in quei retroscena politici sul calciomercato elettorale: mi dimetto da Italexit per tornare a raccontare i fatti che altri non raccontano e dire la mia. Punto, non c’è altro. Nessun’altra candidatura. In questa libertà narrativa c’è anche la mia coerenza: rifarei tutte le battaglie su cui ho messo la faccia.

Dall’ostilità verso Bruxelles all’opposizione politica contro Mario Draghi, dalle battaglie contro il green pass alla contrarietà circa il vaccino obbligatorio. Ogni tanto qualcuno mi domanda: ma chi te lo ha fatto fare? Oppure: perché proprio coi Cinquestelle? Chi me lo ha fatto fare, io. Semplicemente credevo giusto, dopo tanti anni di denuncia, provare a entrare in una sala macchine e cambiare il senso di marcia. Scelsi il Movimento (che nel 2018 prese il 33%) perché accettarono le poche condizioni che misi: contro l’Europa; più a sostegno all’economia reale e meno alla finanza; contro il Pd.

 

 

 

IL PATTO

Laddove il Movimento avesse rotto quel patto (che nei primi due punti stava nel programma; il terzo mi sembrava una naturale conseguenza...), io me ne sarei andato. Così ho fatto. Potevo andare in altri partiti, le offerte non mancarono; preferii un’avventura più ardua su una imbarcazione piccola. Non siamo entrati in parlamento ma facemmo un risultato di tutto rispetto per una formazione debuttante. È stato entusiasmante, nessun rimpianto. In questi mesi ho girato parecchio con il mio libro Moderno sarà lei e ho registrato una simpatia verso le mie posizioni superiore al gradimento verso Italexit. Ecco perché non potevo generare l’equivoco di una doppia identità, ossia politico e giornalista. Ho scelto di tornare al registro che sento più mio, quello del racconto. Con le mie idee anche se spesso sono fuori dal coro. Ma da queste parti ci siamo abituati. 

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