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Pd, quei compagni sempre innamorati dei peggiori

di Fausto Cariotidomenica 4 gennaio 2026
Pd, quei compagni sempre innamorati dei peggiori

3' di lettura

In direzione ostinata e contraria rispetto alla libertà. Sempre dalla parte dei peggiori, dei dittatori, di quelli che incarcerano e ammazzano i dissidenti e mandano i carri armati in piazza. Protagonisti di questi innamoramenti non sono i capetti della sinistra extraparlamentare italiana, figure marginali, ma i condottieri della sinistra ufficiale, quella che siede in parlamento e punta a palazzo Chigi, Quirinale, ministeri. Elly Schlein, Nicola Fratoianni e gli altri insorti in difesa di Nicolás Maduro replicano uno schema antico, che ha visto i loro predecessori mobilitarsi per personaggi che fanno sembrare il narco-comunista venezuelano un guappo di periferia. C’è una coerenza di fondo: si prende la sbandata per chiunque sia nemico dell’Occidente e degli Stati Uniti (purché alla Casa Bianca alloggi un repubblicano).

Iniziarono mettendosi al servizio di Josip Tito, il capo dei partigiani infoibatori, e di Iosif Stalin, almeno finché le strade dei due non si separarono e i comunisti italiani si accodarono al secondo, più forte e più ricco. Al compagno Vincenzo Bianco, rappresentante nel Comintern, che gli aveva chiesto di intervenire per i prigionieri italiani in Russia, nel gennaio del 1943 Palmiro Togliatti rispose che «se un buon numero di prigionieri morirà, in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da dire». Nella fine di quei connazionali vedeva «la concreta espressione di quella giustizia che il vecchio Hegel diceva essere immanente in tutta la storia».

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Mentre sul fronte orientale, ha scritto Ernesto Galli della Loggia, almeno fino al termine della liberazione, dal Partito comunista «non vennero altro che indicazioni pubbliche e prese di posizione di inequivocabile contenuto “antitaliano”». Fanno testo le istruzioni inviate nell’ottobre del 1944 da Togliatti al solito Bianco, stavolta come rappresentante del Pci presso il partito gemello jugoslavo: «In tutti i modi dobbiamo favorire la occupazione della regione giuliana da parte delle truppe del maresciallo Tito. (...) Questa direttiva vale anche e soprattutto per la città di Trieste». Partigiani delle Brigate Garibaldi furono intruppati nell’esercito titino, assieme al quale massacrarono gli italiani della Brigata Osoppo, mostrando con i fatti da quale parte stesse la loro affiliazione.

Entrata nella repubblica con questo peccato originale, la sinistra comunista e post-comunista non ha mai smesso di tirare dalla parte sbagliata. «Non ci si può limitare a una malinconica constatazione», hanno scritto Elena Aga Rossi e Victor Zaslavsky, davanti al fatto che nel 1947, quando Stalin respinse il piano Marshall, il Pci si allineò subito. «Costretto da chi? E perché? Come si coniuga l’interesse nazionale con la politica del Pci che, non avendo alcun piano alternativo, rifiutò gli aiuti necessari al paese per sopravvivere?».

Quel Pci restò asservito all’Urss di Nikita Chruscev dopo che questa, nell’ottobre del 1956, aveva schiacciato sotto i cingolati la rivolta di Budapest. Rimasero fedeli alla linea e ai rubli anche dodici anni dopo, sotto la guida di Luigi Longo, quando la repressione di Leonid Breznev colpì Praga. Era il partito di Giorgio Napolitano, il quale nel 1974 spiegava su Rinascita che l’esilio di Aleksandr Solzhenitsyn era la «soluzione migliore» che il Pcus potesse adottare, e contestava l’autore di Arcipelago Gulag per «le rappresentazioni unilaterali e tendenziose della realtà dell’Urss, le accuse arbitrarie, i tentativi di negare l’immensa portata liberatrice della Rivoluzione d’ottobre...». In nome del comunismo e dell’anti-americanismo si sono innamorati di Ho Chi Minh, la cui «riforma agricola» passò per la strage dei proprietari terrieri. E ovviamente di Fidel Castro, anche se sapevano che nei campi di concentramento di Cuba il loro idolo teneva rinchiusi oppositori, sacerdoti e omosessuali: come spiegò lui stesso a Giangiacomo Feltrinelli, la revolución non poteva permettere la corruzione di minorenni. La passione per il líder máximo si è poi estesa ai sandinisti in Nicaragua, ai tupamaros in Uruguay, alla guerriglia salvadoregna e a tutti i caudilli rossi dell’America Latina: Maduro è l’ultimo di una lista lunga.

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Ma è solo in nome dell’ostilità per l’Occidente in cui sono cresciuti che si sono identificati con i capibanda dell’islam più intollerante, razzista e misogino. L’anti-colonialismo è stato il passepartout ideologico per strizzare l’occhio all’ayatollah Khomeini e abbracciare i movimenti arabi radicali, la lotta armata palestinese e ogni intifada. Il seme da cui sono nate le piazze per Hamas è stato gettato lì. E la buona sinistra di governo non può dire di essersi trovata per caso in mezzo agli antisemiti, dopo avere coltivato il loro odio per tanti anni.

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