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Si lavora su nuove regole del voto e fondi per consumatori e imprese

Inizia il percorso che porterà alle urne. Da oggi la Camera discute la nuova legge elettorale, mentre si rafforza la spinta per sospendere il patto di Stabilità. Resta l'ipotesi di Zaia ministro
di Fausto Cariotimartedì 31 marzo 2026
Si lavora su nuove regole del voto e fondi per consumatori e imprese

4' di lettura

L’ipotesi di chiedere lo scioglimento anticipato delle Camere dopo la sconfitta referendaria ha i suoi alfieri, ma non è mai stata la più probabile e con il passare dei giorni perde consistenza anche nei conciliaboli della maggioranza. Se non può essere scartata è perché Giorgia Meloni non ha ancora “sciolto la riserva” sulla strada che intende prendere dopo le dimissioni di Daniela Santanchè, e questo lascia aperta ogni opzione. L’alternativa, però, pare ridotta a due percorsi.

Il primo è la semplice sostituzione di Santanchè con un nuovo ministro, proveniente dalle file di Fdi (l’esperto Gianluca Caramanna resta in pole position) oppure tecnico (per esempio la presidente dell’Enit Alessandra Priante). Con l’occasione, si nominerebbe il successore di Andrea Delmastro, dimessosi da sottosegretario alla Giustizia: Sara Kelany, deputata di Fdi, è la più quotata. Il secondo è un intervento più ampio. Un rimpasto vero e proprio, e dunque la nascita di un Meloni bis, o comunque un giro di incarichi per far entrare nel governo Luca Zaia, peso massimo del Veneto leghista. Ad esempio nominandolo ministro delle Imprese e affidando il Turismo ad Adolfo Urso.

Contro l’ipotesi di voto anticipato si sono espressi nelle ultime ore, oltre agli alleati Matteo Salvini e Antonio Tajani e a Guido Crosetto, anche dirigenti di Fdi come Giovanni Donzelli («escludo che ci sia un’interruzione anticipata dell’attuale governo») e il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Tutto fa credere che si andrà a votare nella primavera del 2027, come previsto.

In vista di quell’appuntamento il governo e la sua coalizione hanno già iniziato a lavorare su due fronti. Il primo è la legge elettorale. Quella in vigore, la stessa con cui si è votato nel 2022, non replicherebbe il risultato di allora, perché l’accordo tra Cinque Stelle e sinistra toglierebbe molti collegi alla maggioranza per assegnarli al campo largo. Finirebbe con qualcosa di molto simile a un pareggio, premessa per un governo tecnico che sia Meloni sia Elly Schlein vogliono evitare.

Per questo la proposta firmata da esponenti di tutti i partiti di centrodestra che stasera inizia a essere discussa a Montecitorio, costruita attorno a un sistema proporzionale (addio collegi) e a un premio di maggioranza, va bene anche al Pd. La protesta di esponenti dem come Simona Bonafè, che parla di «forzature non accettabili», va presa per quello che è: il minimo sindacale che il primo partito d’opposizione è tenuto a fare, nulla di più.

Peraltro, nel centrodestra non escludono di introdurre modifiche condivise - in modo esplicito o no con il Pd. La proposta già presentata deve essere corretta in alcune parti, per esempio laddove rischia di assegnare il premio di maggioranza, alla Camera e al Senato, a due coalizioni diverse: il meccanismo che dovrebbe garantire la governabilità renderebbe il parlamento ingovernabile. Nel contempo potrebbe essere rivista l’entità del premio di maggioranza, andando nella direzione indicata dalla sinistra.

Significherebbe renderlo variabile anziché fisso (ora assegna 70 deputati e 35 senatori) e “limarlo” un po’, in modo da rendere impossibile che chi vince possa avere i numeri necessari a eleggere da solo tutti i giudici costituzionali. Tutte cose su cui si può ragionare. «Ci confronteremo con le opposizioni. Non c’è alcuna intenzione di procedere a colpi di maggioranza», spiegano da Fdi.

L’altro fronte su cui governo e maggioranza hanno già iniziato a lavorare è l’economia. Due categorie su tutte: i consumatori e le imprese. Per i consumatori si parte dalle accise sui carburanti: il taglio deciso col decreto del 18 marzo scade il 7 aprile ed è già allo studio un nuovo decreto, che sarà varato nel fine settimana. Le imprese attendono una risposta per il piano “Transizione 5.0” (crediti d’imposta perla trasformazione digitale ed energetica), i cui fondi si sono esauriti e sono stati rifinanziati solo in parte.

Sebbene nel governo molti siano delusi dal fatto che le associazioni imprenditoriali non si siano spese perla riforma dell’ordinamento giudiziario, che avrebbe dovuto essere una battaglia anche loro, una soluzione va trovata.

Anche per questo, negli ultimi giorni si è fatta forte la spinta di chi chiede la sospensione del patto di stabilità Ue. Una proposta che Roberto Calderoli ha avanzato durante il consiglio dei ministri di venerdì, Giancarlo Giorgetti ha espresso poi pubblicamente davanti agli imprenditori riuniti a Cernobbio e Salvini ha fatto propria ieri: «Sospendere istantaneamente il Green Deal e altrettanto istantaneamente il patto di stabilità, altrimenti si mette male». Anche fuori dalla Lega, però, c’è chi l’apprezza. Il motivo è la situazione internazionale eccezionale, circostanza prevista dai trattati europei.

Non sarà facile. Ma così si libererebbe ossigeno che serve a tutti e soprattutto al ministero delle Imprese, chiunque lo guidi. Chi ha parlato con Zaia racconta che, sebbene da Roma nessuno lo abbia chiamato, lui accetterebbe di guidare quel ministero, qualora Meloni glielo chiedesse. Ma prima vorrebbe essere sicuro di avere il budget necessario a fare tutto quello che serve.

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