«I conti sono molto in ordine. Quando ci siamo insediati avevamo un deficit all’8,1%, oggi è al 3,1%. La previsione del governo era il 3,3%, abbiamo fatto meglio delle nostre stesse previsioni».
In trasferta a Cipro per il vertice informale dei capi di Stato e di governo del Consiglio europeo, Giorgia Meloni torna sulle polemiche alimentate ad arte dall’opposizione sulla mancata uscita (in anticipo di un anno) dalla procedura di infrazione per disavanzo eccessivo. E passa al contrattacco. Perché, sostiene la premier, se l’Italia non è riuscita a rispettare il vincolo del 3% la colpa è dei governi precedenti. Di uno, in particolare: quello guidato da Giuseppe Conte tra il 2019 e il 2021, sostenuto da Pd e M5S. È a quella stagione, fatta di spesa incontrollata e bonus a pioggia, che vanno fatta risalire, almeno in parte, le ragioni delle difficoltà attuali.
«Quel disordine sui conti pesa ancora» spiega Meloni durante un punto stampa. «Perché finirò di pagare i debiti e il Superbonus quando arriveranno le elezioni politiche. E quindi qualcuno ha lasciato dei debiti che il governo successivo doveva ripagare per cinque anni.
Un impatto di 140 miliardi è un impatto importante, perché sono 40 miliardi l’anno...». Certo, ammette, «potevamo fare meglio», ma «abbiamo fatto tutto quello che potevamo per centrare l’obiettivo (di ridurre il deficit sotto il 3%, ndr)» e «non penso che si potesse andare oltre la politica seria che abbiamo fatto, spendendo le risorse che potevamo spendere su delle priorità che erano giuste, evitando di spendere su cose che non avevano senso».
Quanto all’emergenza energetica, la premier rimarca la necessità per l’Ue di agire in fretta. «Penso che l’Europa debba essere molto più coraggiosa» premette, prima di ribadire il suo apprezzamento per la proposta che ha fatto la presidente della Commission, Ursula von der Leyen: «È un passo in avanti» precisa, che però «non è sufficiente». «Sarebbe un errore» sottolinea «se noi credessimo di dover seriamente affrontare queste questioni solo quando siamo arrivati “oltre”, come è accaduto in passato; perché quando ci si muove troppo tardi, il prezzo che si paga è più alto». Sostiene dunque che serva «maggiore apertura ed efficacia», anche sull’ipotesi, avanzata pure dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, di sospendere il patto di stabilità. E il motivo è che la proposta della Commissione, puntando ad allentare i divieti per gli aiuti di Stato, rischia di andare a scapito dei Paesi che hanno meno spazio fiscale, a cominciare dall’Italia. «In quel caso» spiega Meloni, «bisogna ragionare su un modello per cui anche queste spese non vengono conteggiate, come si fa con il programma Safe sulle spese di difesa».
La premier poi avverte sulla crisi energetica, che riguarda soprattutto l’autotrasporto, alle strette per i rincari di benzina e gasolio innescati dalla guerra in Iran. «Ci ritroviamo con un aumento che rischia di impattare su tutti i beni di consumo e quindi diventa un problema di inflazione» sostiene. Quanto a un eventuale scostamento di bilancio per fronteggiare l’emergenza, Meloni dice di non escludere niente, anche se prima di qualsiasi decisione «dobbiamo vedere quali sono le regole». «Siamo venuti qui a portare ovviamente la nostra posizione determinata, non per fare semplicemente l’interesse italiano, che è come sempre la cosa che per noi è più importante di tutte, ma per fare interesse l’europeo. Perché se non si risponde per tempo su questi temi rischiamo di farci molto male» aggiunge.
Sul fronte della spesa militare, che dovrebbe aumentare, secondo gli accordi Nato, di 12 miliardi di euro nel prossimo triennio, la premier rimarca di avere, al momento, «altre priorità», come appunto l’energia, anche se si dice pronta a «mantenere tutti i nostri impegni».




