Libero logo

Quel partito dei “pareggisti” che tifa contro lo Stabilicum

Nel Pd tanti sperano in un pareggio per azzoppare Conte e Schlein. Calenda sogna di essere l’ago della bilancia
di Elisa Calessidomenica 17 maggio 2026
Carlo Calenda

Carlo Calenda

3' di lettura

Ci sono due “partiti”, a sinistra, che - nel segreto - sperano resti l’odiato Rosatellum. Il primo è formato da quelli che, in Transatlantico, sono stati ribattezzati i “pareggisti”. Quelli, cioè, che tifano in una sostanziale parità tra centrodestra e centrosinistra alle prossime elezioni politiche. Un risultato senza maggioranze, che imponga un governo di larghe intese o comunque uno schieramento diverso da quello che si era presentato agli elettori. Sono quelli che immaginano uno scenario in cui Forza Italia si stacca dal centrodestra per sostenere un governo di centrosinistra, senza però le ali più estreme (tipo Avs). O un centrodestra allargato a Carlo Calenda (e senza Lega).

La ragione per cui, nel Pd, c’è chi spera in questo disegno è perché qualunque maggioranza differente da quella che si è presentata agli elettori avrebbe una condizione inevitabile: non potrebbe essere guidata dal candidato premier che si è battuto come front-man o front-woman in campagna elettorale. Un pareggio, in soldoni, farebbe fuori Giorgia Meloni a destra e Elly Schlein o Giuseppe Conte a sinistra. Il governo di larghe intese, infatti, imporrebbe di scegliere un candidato “terzo”, che possa essere riconosciuto anche da chi, fino a quel momento, aveva corso dietro a vessilli opposti. Per questo, nel Pd, il partito dei “pareggisti” è più folto di quanto non si pensi. Gli affiliati si trovano tra quelli che non digeriscono l’idea di Elly Schlein a Palazzo Chigi. Sarebbe ingenuo pensare siano solo tra i riformisti. Appartengono a questo gruppo, infine, anche quelli che hanno mire per il Quirinale. Un governo di larghe intese, infatti, imporrebbe un rimescolamento di carte anche per l’elezione del successore di Sergio Mattarella, rimettendo in gioco nomi diversi da quelli su cui ragionano attualmente i maggiori leader. C’è poi un altro gruppone che spera non se ne faccia niente dello Stabilicum e resti l’attuale Rosatellum. Sono molti degli attuali parlamentari, eletti per due terzi in liste bloccate. Se la legge cambiasse, infatti, tutto diventerebbe più incerto. Nel testo depositato dal centrodestra si prevede un sistema proporzionale che ruota attorno a liste di ciascun partito.

Ma ancora non è chiaro in che ordine verrebbero assegnati i seggi. Secondo l’ordine della lista (e qui deciderebbero di nuovo le segreterie dei partiti) o con preferenze? Sulla carta c’è una maggioranza trasversale che vuole il ritorno alle preferenze: nel centrodestra Fratelli d’Italia e Noi Moderati, nel centrosinistra Pd e M5S. Tra gli attuali parlamentari, però, pochi sarebbero in grado di raccogliere preferenze nei territori, dal momento che ormai da decenni il sistema ruota attorno a liste bloccate e dunque il rapporto di radicamento con il territorio si è allentato. Sono in tanti, perciò, quelli che sperano che la riforma proposta del centrodestra finisca su un binario morto. Non così, ovviamente, i vertici dei partiti, da Schlein allo stesso Conte, che, invece, hanno tutto da guadagnare da un legge che preveda un premio di maggioranza. Chi tifa per il pareggio, invece, è Carlo Calenda, che non volendosi schierare con nessuno dei due poli, spera di poter fare da ago della bilancia dopo il voto. Una situazione di parità, ha spiegato, «consente dopo le elezioni di costruire la coalizione su alcuni punti concreti da realizzare entro la legislatura, come in Germania». Dario Franceschini, invece, si è detto convinto che si farà e ha consigliato il Pd di scendere dalle barricate. «Sarebbe meglio avesse anche il contributo del Pd, per migliorarla profondamente. Altrimenti gli altri la fanno da soli».