Il primo stop alla «patrimoniale sui miliardari e sui grandi patrimoni», proposta domenica da Elly Schlein, arriva dal principale alleato della coalizione, il M5S. A recapitare il messaggio, forte e chiaro, è stata ieri Vittoria Baldino, deputata e vicepresidente del Movimento 5 Stelle, intervenendo a Ping Pong, su Radio 2.
La patrimoniale potrebbe essere inclusa nel programma del centrosinistra?, le hanno chiesto. Risposta: «No, non c’è. Noi stiamo scrivendo un programma insieme ai cittadini, con Nova, e ci sono tantissime proposte e tantissime idee, anche come redistribuire le ricchezze. Bisogna dare respiro alle imprese che in questo momento stanno soffrendo e alle famiglie che stanno soffrendo».
IL PERIMETRO
E ha messo in discussione anche il perimetro dell’alleanza: fare una coalizione con Matteo Renzi? «Giuseppe Conte ha detto più volte che in questo momento non si può parlare di persone, ma si deve parlare di programma condiviso». Se verrà condiviso e se «viene condivisa anche la modalità con cui, una volta vinte le elezioni, andremo al governo e dal giorno dopo non penseremo a congiure di palazzo ma a governare questo Paese, allora si potrà parlare di programmi con chi deciderà di starci». Prima il programma, poi si vede chi ci sta, poi si decide con chi si vuole stare.
Il problema è che il lavoro sul programma, nonostante Avs e+Europa chiedano damesi di vedersi, non è ancora partito. Il M5S sta facendo il suo percorso con Nova, il Pd sta organizzando una serie di incontri rivolti al mondo industriale.
Ma iniziative che mettano insieme la coalizione, non sono ancora previsti. Così come resta irrisolto l’altro, decisivo problema: come scegliere il candidato premier (che con la nuova legge elettorale, sicuramente approvata entro l’anno, si dovrà indicare prima del voto) e con che regole. «Lo schieramento di centrosinistra», spiega a Libero Walter Verini, «ha un’altra urgenza: quella di definire al più presto un programma serio, condiviso, credibile.
Non solo per vincere, ma per governare. Poi», aggiunge, «si dovrà scegliere la guida, che dovrà essere condivisa, unitaria, competitiva». Verini, però, come tanti nel Pd, non è convinto dal ricorso ai gazebo: «Spero molto in una sintesi, in un accordo. Le primarie di coalizione - dopo un programma serio - possono lasciare scorie, divisioni. Con o senza ballottaggio». Il fronte di quelli che sperano in un tavolo tra leader che trovi una soluzione, a quel punto “terza”, è molto ampio.
E trova supporter anche ai piani alti delle istituzioni. I nomi che girano sono i soliti: Franco Gabrielli, Gaetano Manfredi, Silvia Salis e anche Roberto Elly Schlein e Giuseppe Conte, però, non ne vogliono sapere. Il leader dovrà essere uno di loro due. E le primarie restano il metodo al momento più plausibile. Anche perché, come ha dimostrato il caso di Venezia, la fedeltà degli elettori del M5S non è scontata. Promuovere una competizione in cui ciascuno esprima le sue differenze, ma poi si risolva democraticamente con la scelta di un leader, pensano in tanti, è l’unico modo per legare l’elettorato del M5S. «Si fa un processo e lo si condivide, a quel punto il candidato può essere del M5S o del Pd», spiegava ieri Pasquale Tridico, minimizzando la tendenza dell’elettorato pentastellato a non votare candidati dem. Con quali regole costruire questo «processo», è un’altra spina. Conte vuole una consultazione aperta e senza ballottaggio. Il Pd ha interessi opposti: «Quando si tratta di scegliere il candidato a una carica monocratica, che sia sindaco, presidente di regione o premier», spiega un dirigente dem, «è chiaro che non è opportuno che diventi candidato chi è votato da una minoranza.
Il candidato deve rappresentare almeno la metà più degli elettori. Quindi se nessuno supera quella soglia al primo turno, si deve prevedere un ballottaggio». Peraltro nel 2012 andò così. Visti i tempi, si potrebbero replicare anche i tempi. Allora si votò il 25 novembre per il primo turno, il 2 dicembre per il ballottaggio.




