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Il ritorno delle Province: dopo il Friuli c'è il Veneto

di Tommaso Montesanolunedì 6 luglio 2026
Il ritorno delle Province: dopo il Friuli c'è il Veneto

3' di lettura

In principio è stata la scintilla del Friuli Venezia Giulia. Il via libera al disegno di legge regionale numero 86, lo scorso 1° luglio, che ha ridisegnato l’assetto dell’ordinamento locale ripristinando le Province di Gorizia, Pordenone, Trieste e Udine, ha spinto anche il vicino Veneto a fare il primo passo per superare le storture della “riforma Delrio” del 2014, il cui fallimento è ormai riconosciuto anche nel campo progressista. Premessa doverosa: la Regione guidata dal leghista Massimiliano Fedriga è un territorio a statuto speciale, e come tale gode di autonomia legislativa in materia di ordinamento dei suoi Enti locali. Così la scorsa settimana - dopo il via libera del Parlamento, che ha approvato la legge costituzionale numero 1 del 2026 che modifica appunto lo Statuto friulano - è stato approvato il testo che sancisce ufficialmente la rinascita delle quattro storiche Province, cancellando con un voto a maggioranza l’assetto introdotto un decennio fa.

Incassato il voto in Friuli, il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, il leghista Roberto Calderoli, si è subito augurato conseguenze a cascata in tutta Italia: «Confido che la reintroduzione delle Province in Friuli possa dare la spinta per riprendere il percorso anche a livello nazionale in questo finale di legislatura». Nel mirino c’è la contestata riforma costituzionale Delrio - dal nome dell’allora ministro per gli Affari regionali del Pd, Graziano - che il Carroccio vuole superare. E così è accaduto: in Veneto il consigliere regionale Stefano Marcon ha presentato e poi fatto approvare - una risoluzione in cui il Consiglio regionale chiede di tornare all’elezione diretta del presidente della Provincia, che la riforma Delrio ha trasformato in Enti di “area vasta” di secondo livello, introducendo allo stesso tempo le “città metropolitane”.

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Un fallimento, ha tirato le somme Marcon, «sotto gli occhi di tutti: la legge Delrio non ha prodotto i risparmi promessi, ha indebolito gli enti di “area vasta” e ha allontanato i cittadini dalle istituzioni». È questo, agli occhi della Lega, il peccato originale della riforma varata sotto il governo di Enrico Letta: le Province sono diventate una terra di nessuno. Quando invece sono sempre state «un punto di riferimento fondamentale per il territorio: manutenzioni stradali, edilizia scolastica, supporto ai Comuni, gestione degli investimenti del Pnrr». La novità, nel 2026, è che la diagnosi della Lega è condivisa anche dal centrosinistra. Il consigliere regionale dem Alessandro Del Bianco non ha avuto difficoltà a confessare al Corriere del Veneto che «in politica bisogna avere l’onestà di dire che si è sbagliato, senza tanti giri di parole. Quella fase portò ad un errore storico che ora è il momento di correggere. Bisogna tornare all’elezione diretta e spingere per il reintegro delle funzioni e il trasferimento delle competenze». Come ha già fatto il Friuli Venezia Giulia che però, come detto, in virtù del suo statuto speciale ha avuto una corsia preferenziale. Non a caso Marcon, dal suo profilo Facebook, ha ributtato la palla al Parlamento: «Il Veneto rivuole le sue Province, ma è Roma che deve agire».

Un messaggio semplice, per dire che la Regione non può muoversi da sola: per procedere deve passare necessariamente da Roma. Serve, dunque, una riforma organica della legge attualmente in vigore. In Commissione Affari costituzionali di Montecitorio sono depositate alcune proposte di legge per la modifica della riforma Delrio. A presentarle, Alfonso Colucci di Noi Moderati, Filiberto Zaratti di Avs, Alessandro Cattaneo di Forza Italia e Salvatore Caiata di Fratelli d’Italia. Tra i gruppi parlamentari, ormai, sono il Movimento 5 Stelle resta contrario a un intervento riparatore sulla riforma del 2014. In Senato, invece, c’è un disegno di legge - il numero 203 - attualmente in esame alla commissione Affari costituzionali, che riunisce tutti i vari testi presentati sulla materia (nove). L’ultima seduta dedicata all’esame del provvedimento, però, risale al 20 settembre 2023. Chissà che adesso, dopo la doppia scintilla proveniente dal Nord-Est, l’iter non possa subire un’accelerata.

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