Sulle mascherine cinesi farlocche siamo stati umiliati e sbeffeggiati finanche dall’Irlanda, non certo un gigante industriale o tecnologico. La storia è seppellita nelle migliaia di pagine dell’inchiesta (archiviata) sulla maxi commessa da 1,250 miliardi di euro che il commissario straordinario Domenico Arcuri autorizzò agli inizi della pandemia con i risultati che tutti sappiamo: sequestri, inchieste e soldi pubblici bruciati con il lanciafiamme. Finora però non era mai stato raccontato che, nel settembre 2021, quando in Italia erano già arrivati circa 800 milioni di dispositivi taroccati, le dogane italiane avessero ricevuto un alert delle autorità di Dublino sui profili di rischio dei nostri Dpi. In particolare, le dogane irlandesi ci segnalavano che il Ccqs, l’organismo che aveva “rilasciato il certificato CE per le mascherine FFP2 della società cinese Anhui Zhongnan Air Defence Works Protective Co. Ltd”, aveva deciso di ritirare il nulla osta precedentemente concesso.
La revoca, in realtà, era stata adottata già nell’aprile 2021 perché “il modello sottoposto a campione nel corso della procedura di valutazione della conformità del modulo C2”, c’è scritto nella comunicazione, “non era conforme a quello originariamente certificato”. E non era stato possibile scoprire nemmeno quando il produttore avesse “iniziato le forniture del modello diverso”. Insomma, un pasticcio non solo dal punto di vista amministrativo ma con pesanti ricadute anche per la salute pubblica considerato che ormai le mascherine erano state distribuite da più di un anno, e di certo non proteggevano chi le indossava.
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Nella immaginifica galassia grillina esistono due o tre buchi neri che continuano a inghiottire la narrazione perfetta d...Il controllo aveva evidenziato quattro differenze rispetto al prodotto certificato: la linea di saldatura della maschera era passata da continua a tratteggiata; la saldatura attorno al nasello era stata modificata da tre a quattro lati; il punto di fissaggio degli elastici da circolare era diventato quadrato; e perfino la marcatura CE presentava dimensioni diverse rispetto al numero identificativo 2834 dell’organismo notificato. Errori che sarebbero stati gravi per qualsiasi piccola azienda ma che, nel caso particolare, erano del tutto ingiustificabili.
Anhui Zhongnan non era infatti un produttore marginale. La società, con sede nella Qianshan Comprehensive Economic Development Zone, nella provincia cinese di Anhui, è un big del settore e compare in due delle principali filiere della maxi commessa mediata dai broker di Mario Benotti: nel consorzio Wenzhou Light Industrial Products Arts & Crafts Import Export Co. Ltd e nel consorzio Luokai Trade. I documenti della Struttura commissariale, sequestrati e passati al setaccio dalle Fiamme Gialle, attribuiscono espressamente ad Anhui Zhongnan la fornitura di 14 milioni e 107 mila dispositivi nel nostro Paese. Tradotto in valore economico, significa oltre 30 milioni di euro all’interno della commessa complessiva da 216 milioni affidata al raggruppamento di imprese.
E pensare che la Anhui Zhongnan aveva rischiato (dal suo punto di vista) di vedersi bocciata la produzione di mascherine non solo dai laboratori irlandesi ma addirittura da quelli italiani. Infatti, in un primo momento, la documentazione tecnica fornita dal consorzio Wenzhou Light era stata giudicata insufficiente dal Comitato tecnico-scientifico, cui era demandato il controllo e la validazione dei dispositivi: stando alle carte raccolte dai militari della GdF, mancavano prove essenziali sulla tenuta del tessuto, il modello non era chiaramente identificato e il laboratorio indicato non risultava accreditato. Per questo, era stato espresso parere negativo. Appena una settimana dopo, però, la struttura commissariale aveva trasmesso nuovi documenti chiedendo una valutazione urgente al Cts.
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"Avete visto che polverone? In Italia basta mettere in discussione i miliardi buttati per la corsa al riarmo per fi...Sulla base di un secondo test, il dispositivo incriminato era stato considerato equivalente a una FFP2 e aveva ottenuto il via libera. Seppur con una anomalia: anche quel secondo rapporto non indicava con precisione il modello effettivamente sottoposto alle prove. Un particolare che, alla luce della successiva comunicazione delle dogane irlandesi e del ritiro della certificazione CE, assume oggi un valore quasi beffardo. Avevamo capito il gioco sporco di mediatori e aziende cinesi, ma ci siamo fidati contro ogni evidenza e logica. E ancora oggi Conte e Arcuri, invece di chiedere scusa, si arrampicano sugli specchi e continuano a difendere l’indifendibile.




