"Sappiamo cosa è successo in queste settimane in una parte di Palermo, con la violenza e le raffiche di kalashnikov, immagini che non vedevamo da tempo e che non abbiamo intenzione di tollerare. Lo Stato non è stato a guardare, proprio in queste ore si è proceduto al fermo degli autori e mandanti delle intimidazioni che hanno terrorizzato il mandamento di Tommaso Natale/San Lorenzo. Un segnale bello da parte dello Stato in questa giornata e in questa settimana in cui ricordiamo il 34esimo anniversario della strage di via D'Amelio". Giorgia Meloni apre con queste parola la sua lunga giornata palermitana.
La premier ha partecipato al Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica nel capoluogo siciliano, prima di presiedere al Museo del Presente Falcone e Borsellino la cerimonia durante la quale è stata disvelata la Croma su cui viaggiavano Falcone e la moglie Francesca Morvillo il 23 maggio del 1992, il giorno dell'attentato a Capaci. Accanto a lei la presidente della Fondazione Falcone che ha realizzato il museo, Maria Falcone, sorella del grande magistrato anti-mafia. Tra gli invitati anche l'imprenditore Tommaso Dragotto recentemente vittima di attentati estorsivi e l'ex calciatore del Palermo Fabrizio Miccoli. Al museo del Presente presenti anche il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi e il ministro della Giustizia Carlo Nordio.
"Di fronte a quella macchina bisogna inchinarsi", ha scandito commossa Maria Falcone, ricordando anche i tre agenti di scorta morti nell'attentato. "Vedere quella macchina è stato un dolore dilaniante". Quindi ha preso la parola Meloni.
"Trentaquattro anni fa l'Italia di colpo fu costretta a fare i conti con qualcosa che era spaventoso, ma che era anche un male che fino ad allora moltissimi avevano preferito fingere di non vedere, minimizzare, sottovalutare. Può sembrare assurdo per noi che ne parliamo oggi, ma è così. Non si poteva neanche pronunciare il suo nome. La strage di Capaci ha cambiato tutto, nessuno ha più potuto accampare scuse. Illudersi che il tema non esistesse, che il problema non lo riguardasse, fingere di non sapere o addirittura accettare di esserne complice", spiega il presidente del Consiglio.
"Da quel momento era chiaro a tutti che Cosa Nostra non era un'invenzione, non era qualcosa di astratto, non era qualcosa di leggendario, era reale ed era disposta a tutto per portare avanti il disegno criminale e sovversivo che aveva immaginato e cioè affermare che era più forte dello Stato, che poteva piegare le istituzioni ai propri biechi interessi, che il suo potere non conosceva limite e che quindi nessuno avrebbe potuto mettersi di traverso".
"L'insegnamento che queste donne e questi uomini ci hanno lasciato - conclude Meloni - è che sono le piccole mani che cambiano il mondo, non il grande potere, aveva ragione Tolkien. La grande storia nasce da questi gesti semplici".




