Ministro Urso, pochi giorni fa ha dato mandato ai suoi legali di avviare iniziative giudiziarie contro Lavitola in relazione ai rapporti con la redazione di Report.
«Non ho denunciato Lavitola, ma i miei legali hanno aggiunto alcuni elementi emersi in questi giorni al procedimento giudiziario nei confronti di Gioele Magaldi. Sulla sua testimonianza, poi rivelatasi del tutto infondata, fu artatamente costruita la trasmissione di Report in cui mi si accusava di aderire alla massoneria internazionale. Persino Ranucci fu costretto a riconoscere che il grande accusatore, su cui si basava l’intera trasmissione, non aveva fornito alcun riscontro a suffragio delle sue affermazioni, scusandosi con me “per il disagio arrecato”: in pratica, per non aver fatto alcun accertamento sulle fonti come era suo dovere professionale, prima di costruire quella campagna di aggressione. Ora sappiamo che Lavitola frequentava assiduamente Report, ovviamente solo per amicizia, e come risulta da quanto affermato dallo stesso Magaldi farebbe parte, lui sì, della medesima consorteria massonica del mio accusatore. Strana coincidenza...».
Ha anche sollecitato la ricostituzione della commissione di Vigilanza Rai per fare piena luce sull’affaire Ranucci. Qual è la situazione al momento?
«La Commissione di vigilanza è l’organo parlamentare che ha il mandato di vigilare sul servizio pubblico radiotelevisivo e sul rispetto degli obblighi previsti dal contratto di servizio della Rai, di cui il mio Dicastero è titolare, anche per quanto riguarda le attività di giornalismo d’inchiesta, massima espressione del servizio pubblico. In questo momento la sua mancata operatività pregiudica l’esercizio della funzione parlamentare di controllo. Un vulnus estremamente grave, di cui tutti, credo, siano consapevoli».
Ranucci la accusa di aver mosso il Copasir contro di lui...
«Le decisioni allora assunte dal Copasir furono prese all’unanimità. E io ero l’unico componente del Comitato espressione dell’opposizione, cioè Fratelli d’Italia: per questo assolvevo alla funzione di Presidente».
Quali decisioni all’unanimità?
«Gli atti sono riservati. Posso solo dirle, perché risulta dagli atti pubblici, che svolgemmo l’audizione dell’onorevole Ruggieri, su sua esplicita richiesta, per i motivi che sono recentemente riemersi. Il resto è coperto dal segreto».
La maggioranza riuscirà a trovare la quadra sulle preferenze nella riforma elettorale?
«Me lo auguro, anche per rispondere alle aspettative degli elettori. Comunque non riguarda e non incide sull’attività del governo, che sta completando il programma di legislatura».
Dunque i franchi tiratori non hanno minato la solidità del centrodestra?
«Non certo la solidità del Governo, che è coeso e determinato, anche grazie alla forte leadership di Giorgia Meloni. Siamo tutti consapevoli che la stabilità è il vantaggio competitivo del Paese in un contesto in cui domina l’incertezza. Basti guardare al resto d’Europa per comprenderlo».
Quanto sono probabili elezioni anticipate?
«Il prossimo anno si voterà in Spagna, in Francia, in Polonia, in buona parte dei Länder tedeschi, forse anche in Romania e, ovunque, come sempre più spesso accade in questi anni, le forze alternative alla sinistra accrescono i propri consensi: prevale il “modello italiano”. Quando si voterà da noi non lo decide il Governo: al massimo, comunque, nell’ottobre 2027. Nel dibattito si ipotizza qualche mese prima, per evitare la coincidenza con la legge di bilancio. Ma lo ritengo più un esercizio di scuola».
La sinistra è in crisi?
«La sinistra europea è implosa perché non ha risposte alle sfide che l’Europa deve affrontare. Qualunque sia la sua declinazione - laburista, socialdemocratica, socialista - appare la retroguardia del passato: è in crisi ovunque.Una crisi culturale e politica, talvolta anche morale. Tocca alla destra rifondare l’Europa, se lo vorranno gli elettori, con la guida di Giorgia Meloni e, quindi, dell’Italia.
Passando all’economia, quali misure intende adottare il governo per calmierare i prezzi dell’energia?
«La guerra nel Golfo perdura da quasi cinque mesi, preceduta dai conflitti a Gaza e in Libano; quella scatenata dalla Russia in Ucraina dura da oltre quattro anni. Eppure il Sistema Italia tiene, tra lo stupore di molti. Siamo diventati il quarto Paese esportatore al mondo e crescono gli investimenti esteri. Lo scorso anno abbiamo segnato un incremento di quasi 57mila imprese; rispetto all’inizio della legislatura registriamo 1,2 milioni di occupati in più; la disoccupazione si è ridotta al 5%, il minimo storico, e il potere d’acquisto delle famiglie è aumentato del 4,7%.
Siamo ben consapevoli che, se la guerra dovesse perdurare, saranno necessari altri interventi emergenziali sia sul fronte dei carburanti sia su quello della produzione di elettricità. Valuteremo e agiremo con tempestività».
Ci sono altre misure in cantiere per le imprese?
Nel prossimo decreto imprese daremo ulteriore impulso alle rinnovabili - in questi anni la produzione di energia da queste fonti è aumentata del 40% - e dobbiamo accelerare sul nucleare civile, cioè sui piccoli reattori modulari, sicuri e puliti, che potrebbero essere in attività entro il 2035. Dobbiamo mettere in sicurezza energetica il Paese, riducendo la dipendenza dall’estero, con un mix di rinnovabili e nucleare».
Lei ha criticato la riforma del sistema Ets. Cosa non la convince?
«Si è tentato di accontentare tutti, scontentando tutti. La breccia nel muro dell’ideologia si è comunque aperta proprio grazie alla leadership dell’Italia; ora occorre allargarla, imponendo una visione pragmatica e realistica. Ci vuole coraggio. Le quote gratuite devono essere adeguate ai tempi degli investimenti industriali e alla disponibilità delle tecnologie green; i benchmark devono essere davvero sostenibili e vanno inoltre predisposte misure di sostegno agli esportatori europei. La Commissione ha aperto un varco, ma la proposta resta troppo timida: ora serve una riforma vera, che tenga pienamente conto delle esigenze dell’industria, ancora in gran parte non riconosciute nella proposta presentata venerdì. L’Italia farà la sua parte per migliorarla, insieme agli Stati membri e al sistema industriale. Dobbiamo evitare che l’obiettivo della “net zero industry” si traduca, nei fatti, in una “zero industry”».
Volkswagen ha annunciato oltre 100mila licenziamenti. Quanta responsabilità ha Bruxelles sullo sfacelo dell’automotive europeo?
«L’epicentro del sisma è a Bruxelles, perché hanno perseverato nell’errore di imporre regole che hanno spianato la strada al predominio della Cina. Quattro anni fa eravamo soli a denunciarlo; ora in molti ci danno ragione. Abbiamo imposto l’agenda delle riforme; ora è necessario decidere in fretta, perché il collasso dell’auto tedesca ha gravi ripercussioni su tutta la filiera, anche in Italia. Non c’è tempo da perdere: mentre Bruxelles discute, Sagunto cade».




