Per Fratelli d’Italia il senatore M5S Roberto Scarpinato deve lasciare subito la commissione parlamentare Antimafia. È da sostituire, scrivono i capigruppo meloniani di Camera e Senato, Galeazzo Bignami e Lucio Malan, in una lettera inviata ai loro omologhi grillini, perché «è del tutto evidente l’impossibilità di lavorare con serenità», nell’organismo d’inchiesta bicamerale che ha il compito, tra l’altro, «di ricercare la verità proprio sulle stragi in cui persero la vita Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e le loro scorte». Aggiungono Bignami e Malan: «Non si può tutelare la piena attendibilità istituzionale della commissione agli occhi della opinione pubblica, se tra i suoi componenti siede chi un giudice della Repubblica ha indicato come autore di un’attività depistante proprio sui fatti che la commissione indaga».
La missiva fa seguito al decreto di archiviazione firmato dal gip Santi Bologna: 644 pagine depositate l’altro giorno a Caltanissetta in cui il magistrato mette nero su bianco che su un filone d’inchiesta contro ignoti sulle stragi del ’92 legato al dossier Mafia-appalti non è possibile arrivare a una condanna, ma «è doveroso segnalare l’attività depistante posta in essere dal senatore Scarpinato nei confronti del dottor Gioacchino Natoli (già membro del pool antimafia di Palermo, ndr)».
Un’analisi spiazzante per il Movimento che professa onestà. Ma i Cinquestelle fanno quadrato sul senatore, in modo sgangherato rispondono ai meloniani tirando fuori il solito caso Delmastro che nulla c’entra con le stragi, il leader Giuseppe Conte in persona scende in campo con una nota in cui dà degli «spudorati» agli esponenti di Fdi e il dibattito s’infiamma, tra l’imbarazzo dei dem che infatti restano muti su una questione che riguarda da vicino l’atroce fine di Falcone e Borsellino. Fatti di 34 anni fa su cui ancora una parte della sinistra si azzarda a ipotizzare un’improbabile pista nera di cui però non c’è traccia nelle carte, mentre prende corpo il depistaggio di togati che avrebbero dovuto informare Borsellino e invece gli nascosero l’attività giudiziaria cinque giorni prima della sua morte.
E oggi l’ex magistrato Scarpinato siede in commissione Antimafia, presieduta dalla meloniana Chiara Colosimo, dovrebbe contribuire a fare luce sulla storia di quegli anni sebbene sia «in pieno conflitto d’interessi», tuona Fdi, esattamente come il collega Federico Cafiero De Raho unito dallo stesso percorso: dalla toga alla politica. Con M5S.
Scarpinato respinge al mittente l’accusa di essere un «depistatore» e bolla come «gravemente false» le conclusioni del gip nisseno, il quale però nel provvedimento analizza le dichiarazioni rese all’epoca non solo dal senatore M5S, ma anche da altri suoi illustri ex colleghi come Giuseppe Pignatone (già procuratore capo di Roma e oggi in pensione), e Guido Lo Forte, al centro di quel sistema di cosiddetta “doppia informativa” e presunta prassi sulla distruzione delle intercettazioni.
Una rilettura attenta del decreto di archiviazione emesso dal gip Bologna, nel procedimento contro ignoti relativo alle stragi di Capaci e via D’Amelio, consegna una ricostruzione destinata a riaprire una discussione su alcuni dei passaggi più controversi della vicenda mafia-appalti. Uno dei primi punti affrontati dal gip Bologna riguarda le dichiarazioni rese al Consiglio superiore della magistratura nel luglio 1992, poche settimane dopo la strage di Capaci e prima di quella di via D’Amelio. Il tema era quello dell’interesse mostrato da Falcone e Borsellino per l’indagine mafia-appalti e il ruolo avuto dall’informativa dei carabinieri del Ros. Secondo il decreto, Pignatone, ascoltato dal Csm il 30 luglio 1992, avrebbe fornito una ricostruzione non corrispondente agli elementi poi acquisiti. «Il dottor Pignatone», scrive infatti gip, «ha mentito quando in sede di audizione al Csm il 30.07.1992 ha affermato che “Falcone di questo rapporto non se ne è mai occupato perché lo ha ricevuto lo ha messo in cassaforte e se ne è andato [...] come procuratore aggiunto della Repubblica non ne ha mai parlato con me e con Lo Forte che eravamo i destinatari». Una valutazione analoga viene formulata nei confronti di Lo Forte, anch’egli ascoltato dal Csm.
Il decreto, dunque, mette in discussione la stessa attendibilità di dichiarazioni rese in una sede istituzionale a pochi giorni dalle stragi del 1992. Ma è soprattutto sulla cosiddetta “doppia informativa” che Bologna interviene senza appello. Per decenni, scrive il gip, sarebbe stata sostenuta l’esistenza di due informative distinte sull’indagine mafia-appalti: una depositata alla procura di Palermo e una, contenente ulteriori nomi di politici, alla procura di Catania. Questa ricostruzione era stata utilizzata anche per spiegare la diversa sorte dell’indagine nei due uffici giudiziari e per respingere le accuse rivolte alla procura di Palermo dai vertici del Ros. Il gip di Caltanissetta ritiene tuttavia che tale impostazione sia «mendace» e definitivamente smentita dagli elementi acquisiti. Con particolare riferimento a Scarpinato, il decreto ricorda che la tesi della doppia informativa sarebbe stata sostenuta anche dopo quella che il giudice definisce una «insuperabile sconfessione» risalente al 2000. È importante, tuttavia, distinguere il giudizio espresso dal gip sull’attendibilità delle dichiarazioni dalla definitiva configurazione di eventuali responsabilità penali individuali: il decreto di archiviazione non equivale, di per sé, a una sentenza di condanna per falsa testimonianza nei confronti dei magistrati citati.
Ma una cosa è certa: sulle stragi di mafia non è stata detta tutta la verità.




