Ce la faranno i nostri eroi a schiantarsi ancora prima di partire, come già nelle Politiche del 2022, o il carrozzone uscirà di strada dopo il voto, qualora lo vincano, come accaduto ai due governi di Romano Prodi? Il dubbio non è sul come finirà, ma solamente sul quando andrà tutto a rotoli. Le premesse del disastro ci sono.
Alla presentazione del libro di Dario Franceschini, pochi giorni fa, Elly Schlein e Giuseppe Conte si sono ignorati, pure seduti a un metro di distanza. Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli si tengono lontani dalle risse ma devono reinventarsi un ruolo. I riformisti dem ce l’hanno con Giorgio Gori, che vuole candidarsi alle primarie per rappresentarli, perché temono le purghe se la segretaria perdesse a causa loro. Matteo Renzi è al punto da dover promettere di mandare Maria Elena Boschi al posto suo ai futuri tavoli comuni perché gli altri non lo vogliono. La fecondazione in vitro dell’assessore romano Alessandro Onorato, maschera di una formazione centrista di ispirazione dem, pare abortita. Più Europa è divisa e le due parti sono già agli avvocati. Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli preferiscono stare soli piuttosto che infilarsi nel caos Pd. Pina Picierno gira l’Italia per riempire di votanti il suo neonato Spazio Pubblico. Se le va male finirà, peggio, con Carlo Calenda; comunque è testardamente e orgogliosamente fuori dalla coalizione.
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Ma fuori i secondi, veniamo ai duellanti. Lei. Elly Schlein è ancora ferma al suo esordio da segretaria, «non mi hanno vista arrivare». Si è convinta di poter competere con Giorgia Meloni, persuasa che l’elettorato cerchi figure fuori dagli schemi. Per mantenersi pura, non fa nulla, convinta che ingoiare tutto la portasse all’investitura naturale, quale leader del primo partito d’opposizione.
A causa della sua inazione, si trova senza linea politica, senza leadership di coalizione e quasi senza partito, visto che i dem le rimproverano di giocare una partita personale sulla pelle del Pd. Le primarie sono la sua sola possibilità di salvezza, essendo impossibile che il suo nome spunti da un caminetto dopo il voto. Ne ha bisogno per legittimarsi, soprattutto rispetto al vecchio corpaccione dem, che ancora la vede inadatta al ruolo di premier.
Lui. Giuseppe Conte si sveglia ogni mattina e pensa come attaccare la segretaria del Pd. Con il programma, contro la guerra in Ucraina e il riarmo Ue, l’ha scavalcata sui tempi, facendole fare la figura di quella che si fa dettare la linea da altri. Il ritornello, che ultimamente ripete, di essere stato disposto a fare un passo indietro per convergere su un nome terzo ma di essere stato respinto da Schlein, è pura tattica. È stata una scommessa vinta dall’ex premier, che confidava sulla vanità della rivale per crearsi una giustificazione in caso decidesse di mollare la compagnia.
Sondaggio-Ghisleri, doccia gelata per Schlein: "Il 50 per cento di chi vota Pd critico col campo largo"
Tutti insieme appassionatamente, almeno nelle foto. Ma dietro sorrisi, strette di mano e palchi condivisi il cosiddetto ...Il leader di M5S pensa di aver tutto da guadagnare dalle primarie. Per vincerle, confida nei voti della Cgil, nell’appoggio della Chiesa, insieme a quello dei dem moderati, gli ex Margherita, che con Giuseppi a Chigi già vedono uno di loro al Quirinale nel 2029, e negli elettori di Avs, oltre ai suoi. Perfino gran parte della base del Pd, è nei contenuti più vicina a lui che a Schlein, la cui direzione passerà alla storia per aver modificato il dna dem, modellandolo su quello dei suoi competitor a sinistra.
Gli altri. Il corpaccione del potere progressista ha cercato fino all’ultimo un terzo uomo, che scongiurasse primarie divisive e un’esplosione del giocattolo in caso di vittoria. Ora si è rassegnato a una competizione che vedrà un cattivo vincitore e un buon perdente, in ogni caso. Una miscela esplosiva. Il miraggio del Quirinale e il fascino del potere fanno sperare a costoro che l’insieme tenga, ma i dubbiosi aumentano di giorno in giorno.
GAZEBO E PROGRAMMI
Lei. Se vincesse le primarie, sarebbe costretta ad assumere finalmente una linea politica. Se segue la sua natura, rinuncia all’elettorato progressista moderato e perde; se fa qualche correzione al centro, delude chi l’ha votata quasi quattro anni fa e perde. In caso di sconfitta alle primarie, dovrebbe dimettersi, ma non ci sarebbero i tempi tecnici per farlo. I dem non possono presentarsi alle Politiche con un reggente. Una vittoria del campo largo le schiuderebbe ruoli istituzionali, ma sarebbero l’inizio dorato di un breve tramonto. Una sconfitta la cancellerebbe istantaneamente.
Franceschini in campo per fare da paciere. Ma è gelo Schlein-Conte
È di nuovo lui, Dario Franceschini, l’ultimo riconosciuto regista del centrosinistra, cresciuto nella Prima...Lui. La rigidità del programma, sul quale non abbozzerà nella corsa alla candidatura, gli consente di sfilarsi in ogni momento dalla coalizione in caso di sconfitta alle primarie. Cosa che avverrà. Guerra e pace non sono temi negoziabili e Giuseppi non può affrontare la campagna elettorale prestando il fianco alle critiche di Beppe Grillo e Alessandro Di Battista di aver tradito il Movimento. Se vincesse la consultazione interna, difficilmente la maggioranza degli italiani si azzarderebbe a infilarsi nuovamente nel tunnel grillino; e anche qualora accadesse, si troverebbe sempre un Renzi a fargli lo sgambetto prima del disastro.
In sintesi, i sondaggi dicono che il campo largo ha un calcio di rigore per le prossime Politiche. Ma litiga su chi deve calciarlo e su dove spedire la palla. Vuoi vedere che il calcio di rigore ce l’ha ancora il centrodestra, che peraltro, come dimostra il fenomeno Vannacci, ha più possibilità di estendere la propria base elettorale? A sinistra invece, si litigano sempre gli stessi voti.




