Che la sinistra difenda il popolo solo a chiacchiere ormai è cosa nota. Ma almeno prima, per evitare che la puzza sotto il naso venisse a galla, aveva cura di spegnere i microfoni. Ora invece il disprezzo per le radici popolari, rurali e lavoratrici dell’Italia profonda lo mostra pure a favor di telecamera. L’ultimo lampante esempio arriva dal Consiglio comunale di Pontedera (Pisa). Nobile protagonista è il capogruppo del Pd, Floriano Della Bella. Durante un acceso confronto in aula, nel tentativo di zittire l’opposizione, perde il controllo e attacca Giorgia Meloni: «Questa si permette di prenderci in giro e cantare Bollo Ciao? È una vergogna, qui manca il rispetto. Siamo davanti veramente a una ciociara, nella maniera più dispregiativa».
L’uscita fa comprensibilmente il giro del web e, complice lo sdegno di parlamentari ciociari di FdI come il vicecapogruppo alla Camera Massimo Ruspandini, provoca la dura reazione delle istituzioni. La premier allora ribatte sui social a muso duro: «Per questi signori essere “ciociari” è una vergogna... Mi spiace per loro, ma io sono orgogliosa di essere definita ciociara. Si riempiono la bocca di popolo, poi insultano mezzo milione di italiani definendoli cittadini di serie B». Le fa eco il Presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca: «Solidarietà alla premier, la Ciociaria merita rispetto: mi aspetto che il Pd prenda le distanze e chieda scusa».
Macché. Accerchiati dalle polemiche e dalle rimostranze anche del Pd di Frosinone, i dirigenti pisani, invece di un sobrio e sincero mea culpa, scelgono il solito ribaltamento della realtà. Con una nota congiunta firmata dal segretario Francesco Papiani e dallo stesso Della Bella scrivono: «Trasformare un lapsus in uno scandalo e distogliere l’attenzione dalle questioni di sostanza non rende un buon servizio alla politica». Senti chi parla. «Sì è trattato di un evidente infortunio linguistico», ovvero aver scambiato «“ciociara” con “caciara”», un’assonanza «senza alcun intento offensivo verso la Ciociaria o i suoi abitanti».
Niente presa di posizione del Pd nazionale, niente scuse degne di questo nome e, soprattutto, niente dimissioni. Solo lo schermo ipocrita dell’«errorino» semantico, inutile a negare la nota matrice storica dello stereotipo. Il termine ciociaro nasce dalla «ciocia», la calzatura di cuoio legata con strisce di pelle usata da pastori e contadini del Lazio meridionale. Nell’800, quando migliaia di italiani del Basso Lazio migravano verso Roma per fare i braccianti o le balie, nei salotti della capitale, già all’epoca ricchi di proto-elettori Pd, l’appellativo divenne un epiteto denigratorio per indicare il “campagnolo” rozzo. Che ilarità: la sinistra del 2026 celebra l’umile lavoro nei campi, l’accoglienza del migrante e l’enorme contributo alla natalità solo quando si tratta di importare manodopera a basso costo dall’Africa. Della laboriosità storica, dello spirito di sacrificio e della vitalità autoctona preferisce prendersi gioco.
Un disprezzo che, vieppiù, ignora come la Ciociaria, oltre ad essere tuttora roccaforte di genuinità di cui vantarsi in epoca di globalismo, sia pure culla dell’umanesimo occidentale. È la terra che ha dato i natali a Marco Tullio Cicerone e al generale Caio Mario; è la patria di San Tommaso d’Aquino e di Papa Bonifacio VIII. È la casa dei versi di Giovenale e della pittura del Cavalier d’Arpino, maestro del giovane Caravaggio. È la patria del cinema italiano nel mondo, che ha prodotto icone insostituibili come Marcello Mastroianni, Nino Manfredi e Vittorio De Sica, che sul grande schermo ha portato proprio il film, La ciociara, capolavoro premiato con l’Oscar che ha consacrato la dignità di un popolo con la testa alta pure di fronte all’ingiustizia della guerra. Senza dimenticare poi le bellezze paesaggistiche o i siti archeologici di fama internazionale come le Mura Ciclopiche di Alatri. Sempre pronti a starsene col vocabolario in mano per imporre le loro neolingue agli altri, ora i grandi statisti del Pd preferiscono ammettere scarsa padronanza dell’italiano pur di evitare le dimissioni. Ma la realtà non si cambia e, a proposito di stereotipi, Della Bella, come tutti i comunisti mai pentiti e magari pure appassionati di Rolex, non ha fatto altro che mostrarsi per il classista che è.




