L’apprezzamento arriva da chi, con Giorgia Meloni, ha condiviso ben poche battaglie. E proprio per questo pesa. Luigi Di Maio, già capo politico dei Cinque Stelle e ministro degli Esteri, oggi rappresentante speciale dell’Unione europea per il Golfo, riconosce alla premier un risultato che nel dibattito italiano sarebbe passato troppo in fretta: «La presenza di Giorgia Meloni tra i leader dei paesi del Golfo lo scorso dicembre è stato uno degli eventi più sottovalutati della politica estera italiana». Alla Festa dell’ottimismo del Foglio, a Firenze, Di Maio mette subito le carte sul tavolo: «Non devo spiegare quanto io e Meloni siamo stati distanti». La distanza politica, però, non gli impedisce di riconoscere l’importanza di quella partecipazione. La premier, ricorda, era l’unica leader esterna invitata all’incontro con le sei monarchie del Golfo. E la conclusione è esplicita: «La leadership dell’Italia è molto apprezzata». Una frase che rende piuttosto faticoso continuare a raccontare una presidente del Consiglio condannata all’irrilevanza internazionale. Il riferimento è al vertice del Consiglio di cooperazione del Golfo del 3 dicembre 2025, a Manama, in Bahrein. In quell’occasione Meloni aveva proposto di ospitare in Italia un summit tra i Paesi del Golfo e quelli del Mediterraneo: un progetto per dare continuità al dialogo fra due aree decisive per energia, commerci e sicurezza. Il punto, dunque, andava oltre la fotografia di gruppo. Era il tentativo di trasformare una presenza diplomatica in un’iniziativa italiana.
Di Maio, del resto, aveva già riconosciuto il valore di quell’invito. Nel dicembre scorso lo aveva definito «un riconoscimento storico senza precedenti per l’Italia ma anche per l’Ue». Ora ne spiega le ragioni. «Il primo è che la presidente Meloni ha capito il valore dei rapporti personali e il secondo è la stabilità di questo governo, che ha permesso di avere lo stesso presidente e lo stesso ministro». Due elementi che nella politica italiana vengono spesso liquidati come dettagli, mentre nella diplomazia fanno la differenza. Un interlocutore che resta al suo posto può coltivare relazioni, seguire gli accordi, assumere impegni e risponderne. La continuità, all’estero, ha un valore concreto.
È un riconoscimento particolarmente significativo da parte di un ex ministro che conosce il mestiere. Le relazioni internazionali richiedono tempo; la perenne giostra delle maggioranze italiane ha spesso preteso di farne a meno. Di Maio individua proprio nella durata dell’esecutivo una delle condizioni che rafforzano la credibilità del Paese. E aggiunge un altro passaggio: «L’Italia non agisce solo con soft power, è stata capace di dispiegare strumenti militari di difesa». Rapporti personali, dunque, ma anche capacità di essere presenti quando i partner chiedono sicurezza. Il ragionamento si allarga all’Europa. Secondo Di Maio esiste una richiesta di presenza europea, nel Golfo e altrove, che tendiamo a sottovalutare. I partner cercano diplomazia, difesa, sicurezza e resilienza. Una domanda alla quale gli Stati membri devono decidere come rispondere. A condizione di fare i compiti.




