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Acerbo, il comunista pro-Pal che odia pure D'Annunzio

Alla maturità il leader di Rifondazione Comunista si rifiutò di rispondere a una domanda sul Vate: "È fascista". Poi occupava le università altrui...
di Marco Patricellimercoledì 28 ottobre 2026
Acerbo, il comunista pro-Pal che odia pure D'Annunzio

3' di lettura

Maurizio Acerbo è uno che veniva sottovalutato mentre lui lavorava per valutarsi, e che adesso si sopravvaluta mentre gli altri continuano a provare di valutarlo, anche testarne il peso politico nell’ammucchiata del Campo largo. Una vita trascorsa a sinistra della sinistra, fino a salire tutti i gradini del partito dalla base movimentista e giovanilista. Con l’implosione del Pci è saltato in sella a una scheggia, Rifondazione Comunista, e ne tiene le redini dal 2017.

Nonostante i numeri assai scarsi, riesce a far credere sia una mandria di rossi purosangue al galoppo nelle praterie della politica nazionale. Di tanto in tanto (eufemismo per abbastanza spesso) ricordandosi di essere conduttore radiofonico di professione fa sentire la sua voce da segretario e sdogana la visibilità del nostalgismo comunista su ogni tema possibile e immaginabile, anche perché tra le tante cose imparate in quattro decenni di militanza c’è stata quella di coltivarsi l’informazione attraverso amici in sintonia politica nei giornali e nelle tv private, e pure di agenzia di stampa che moltiplica ogni sua dichiarazione in rivoli insondabili ma numerosi.

Quella su Hamas, che secondo lui si può inneggiare senza problemi di codice penale, di etica e di buon senso, è l’ennesima provocazione del pescarese, come ai tempi del liceo da cui ha permutato slogan e linguaggio, peraltro in sintonia con Elly Schlein. Può stupire solo chi non lo conosce, perché Acerbo porterebbe la kefiah anche sul pigiama con Che Guevara stampato sul petto con i colori della Palestina: su Israele ha opinioni ben poco politically correct, figurarsi se si contiene in campagna elettorale. Da alunno del liceo scientifico “Leonardo da Vinci”, a Pescara, passava più tempo nelle sezioni di partito e al ciclostile per i manifestini di lotta di classe che in classe in lotta con i libri. Ma per scioperi e proteste era sempre lì, in alto sulla grande gradinata d’accesso che ricorda quella di Odessa immortalata dall’amato Sergej M. Ejzenštein cantore della Rivoluzione russa. Lui già da studente sognava la rivoluzione e il potere al popolo, e vedeva lo sciopero degli studenti come preludio alla marcia sul Palazzo d’inverno. Cominciarono a prenderlo, se non sul serio per la nomea di agit-prop sul campo, almeno con le molle, se è vero come lui raccontò orgoglioso che all’esame di Stato si era rifiutato di rispondere a una domanda su Gabriele d’Annunzio perché «è un fascista» e prese lo stesso il borghese diploma.

Con questo in tasca traslocò all’università, dove almeno tutti gli studenti votavano. Risalì sulla sedia munito di kefiah, megafono e parole d’ordine, per coordinare e gestire l’okkupazione della Facoltà di economia e commercio della “d’Annunzio” di Pescara. Non era un iscritto, ma il palcoscenico di casa valeva doppio e “La Pantera”, come si chiamava il movimento di protesta studentesca di allora con gli stessi slogan di oggi, lui l’aveva subito messa al guinzaglio dell’ambizione politica.

La laurea passò in cavalleria perché intanto veniva promosso consigliere comunale nel 1998, deputato nel 2006 e consigliere regionale in Abruzzo nel 2008, senza mai abdicare a quello che era, con una certa coerenza che gli va riconosciuta. Abile Gianburrasca dentro e fuori le righe ma anche a fiutare l’aria di manovre, meccanismi e pastette di palazzo. Fare il sindaco o il presidente non gli è mai riuscito perché ripetutamente si è scontrato con le soglie di sbarramento e pure con la raccolta di firme, per la quale adesso la compagna Schlein gli sta prestando soccorso rosso con un microbiologo, Andrea Crisanti. Per la corsa alla Camera aveva scelto uno slogan che lo rappresentava tutto: «Acerbo è maturo».

L’assonanza con un altro Acerbo, Giacomo, barone dell’Aterno, ministro di Mussolini e papà di Pescara e della cosiddetta “legge truffa”, gli ha sempre dato molto fastidio, con un moto che pavlovianamente non sa trattenere come con fascismo, fascista, fascio, che vede dappertutto, con l’occhio lungo ma rigorosamente sinistro. Su Gaza e su Hamas qualche problema di miopia e presbiopia, se non politica ma certamente storica, però ce l’ha eccome. E non per colpa della scuola.