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NUOVE TERAPIE FARMACOLOGICHE

Diabete. Glucosio in eccesso,
abbatterlo attraverso il rene
Diabete. Glucosio in eccesso,
abbatterlo attraverso il rene

16 Aprile 2015

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Una novità importante, perché cambia il bersaglio nella lotta al diabete. Arriva in Italia la prima terapia che agisce sui reni permettendo l’eliminazione dello zucchero in eccesso e la riduzione della glicemia. Una sola compressa orale determina una riduzione importante della glicemia con una significativa perdita di peso e un abbassamento della pressione arteriosa. La nuova molecola, dapagliflozin, è ora disponibile anche in Italia (già presente in 49 Paesi nel mondo) ed è considerata la terapia pioniera di una nuova classe di farmaci, i cosiddetti inibitori del co-trasportatore di sodio-glucosio 2 (SGLT2), una proteina responsabile del 90% del riassorbimento del glucosio da parte dei reni. Sviluppata da AstraZeneca e studiata a partire da una sostanza naturale che si trova nella corteccia degli alberi di mele (la florizina), dapagliflozin permette una riduzione della glicemia indipendente dall’insulina e con un basso rischio di ipoglicemie. Inoltre, porta ad una significativa perdita di peso fino a 2-3 chilogrammi (soprattutto riduzione della massa grassa) e ad un abbassamento della pressione arteriosa. La molecola rappresenta così una soluzione innovativa contro il diabete: un’epidemia sociale con cui oggi convivono 4 milioni di italiani e 387 milioni di persone nel mondo. Una cifra che, a causa del diffondersi dell’obesità e della sedentarietà, rischia di superare il mezzo miliardo di individui - tra diabetici e persone a rischio - entro i prossimi 20 anni.

Il rene nel mirino. La nuova terapia sottolinea per la prima volta il ruolo del rene, fino ad oggi sottovalutato, nel controllo glicemico e nella gestione del diabete di tipo 2. “Pochi lo sanno, ma il rene ha un ruolo importante nel controllo della glicemia in quanto riassorbe il glucosio che è eliminato quotidianamente nelle urine. La nuova terapia - spiega Giorgio Sesti, Professore Ordinario di Medicina Interna dell'Università degli Studi “Magna Grecia” di Catanzaro, Presidente Eletto della Società Italiana di Diabetologia - sfrutta meccanismi fisiologici per abbassare la capacità di riassorbimento del glucosio da parte del rene con lo scopo di aumentare la perdita urinaria di glucosio. Infatti, Dapagliflozin riduce il riassorbimento renale del glucosio dalle urine, apre, per così dire, il ‘rubinetto-rene’ permettendo così all’organismo di liberarsi dal glucosio in eccesso. È una novità terapeutica importante che, grazie al suo caratteristico modo d’azione renale, non interferisce con le altre terapie anti-diabete, compresa l’insulina, ma piuttosto si integra con esse nel trattamento di tutte le fasi della malattia”.

La sfida al diabete. Ogni 60 minuti quasi 560 persone nel mondo e 3 in Italia muoiono per cause riconducibili al diabete. Una malattia che “amplifica” altri disturbi, tanto che il 55% dei diabetici italiani - come emerge da un’indagine promossa da AstraZeneca e realizzata da Doxa Pharma - soffre di ipertensione, l’11% ha affrontato un infarto o un ictus, il 25% si sente depresso (rispetto ai non-diabetici che si fermano al 17%, all’1% e all’11% rispettivamente). “Assicurare il controllo glicemico, ma anche diminuire il rischio di ipoglicemie e contribuire a ridurre il peso corporeo e la pressione arteriosa - commenta il professore Salvatore Caputo, Presidente di Diabete Italia - sono aspetti fondamentali che la nuova terapia Dapagliflozin può apportare nella sfida al diabete di tipo 2: una malattia che aumenta il rischio di complicanze anche gravi, oltre che di ricovero ospedaliero in generale. Basti pensare che oggi circa il 30-35% dei pazienti ricoverati negli ospedali italiani ha il diabete o presenta alterazioni della glicemia. La nuova molecola, attraverso una monosomministrazione orale giornaliera, fa leva su un processo naturale che favorisce l’eliminazione dello zucchero in eccesso attraverso le urine: può costituire un notevole passo in avanti per il trattamento del diabete di tipo 2 sia nella fase precoce, sia in quella tardiva”.

Dall’albero alla terapia. Il meccanismo d’azione di Dapagliflozin è stato sviluppato a partire dalla florizina, una sostanza naturale che si trova nella corteccia degli alberi di mele e che se, assunta in dosi elevate, provoca l’escrezione del glucosio nelle urine. “La nuova classe terapeutica degli inibitori del co-trasportatore di sodio-glucosio di tipo 2, di cui Dapagliflozin è il capostipite - dichiara Andrea Giaccari, Professore di Diabetologia Policlinico Gemelli di Roma, Presidente Associazione Diabete Ricerca - permette di perdere il glucosio con le urine non solo per glicemie molto alte, come normalmente avviene in chi ha il diabete, ma anche in presenza di glicemie di poco elevate, senza mai indurre ipoglicemia. Ovviamente con gli zuccheri si eliminano anche calorie, e quindi peso. La nuova molecola è l’unica che agisce senza interferire con altri meccanismi di controllo della glicemia, in particolare con l’insulina, e ciò costituisce un grande vantaggio terapeutico nel diabete di tipo 2: si favorisce infatti la combinazione con altri farmaci e la personalizzazione della terapia sulla base del quadro clinico e dello stile di vita della persona”. “L’arrivo in Italia di Dapagliflozin - commenta Pablo Panella, Presidente di AstraZeneca Italia - rappresenta un significativo passo avanti compiuto dalla ricerca scientifica di AstraZeneca: un nuovo farmaco che arricchisce un portafoglio unico di terapie innovative contro il diabete di tipo 2, una malattia che sta raggiungendo proporzioni enormi in tutto il pianeta. Per questo motivo crediamo che oggi sia sempre più necessario dichiarare guerra al diabete con tutte le frecce che abbiamo a disposizione. Mi riferisco ovviamente ai nuovi trattamenti, ma anche alle partnership di eccellenza, come quella recentemente annunciata tra AstraZeneca e l’Harvard Stem Cell Institute, che si propone di applicare alle nuove terapie una tecnica in grado di creare beta cellule pancreatiche umane partendo dalle cellule staminali. Senza dimenticare quelle iniziative, come il Progetto DRINN, che permettono di supportare i giovani ricercatori italiani”. (EUGENIA SERMONTI)

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