Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

"Le infezioni del sito chirurgicosono prevenibili 7 volte su 10"

Presentatala prima check list italiana per prevenire le infezioni chirurgiche in sala operatoria (Ssi). Antisepsi cutanea del sito chirurgico e tricotomia preoperatoria: passaggi chiave nella prevenzione delle infezioni

Maria Rita Montebelli
  • a
  • a
  • a

Non è facile spiegare ad un paziente, soprattutto se chirurgico, che qundo subisce un intervento nelle condizioni più asettiche possibili ha quasi una possibilità su 50 di contrarre un'infezione. E la cosa 'tocca' molto da vicino anche il personale sanitario - soprattutto medici e infermieri, ma anche tecnici - che hanno deciso di mettere a punto un Documento di Consenso italiano sulla prevenzione perioperatoria delle infezioni delle ferite chirurgiche (Surgical Site Infections - Ssi), realizzato con il supporto incondizionato di Becton Dickinson, per stimolare nella pratica clinica italiana l'applicazione corretta e standardizzata di tutte le misure preventive atte a ridurne l'insorgenza. Ma quali sono le 'infezioni del sito chirurgico'? Sono tutte quelle post-operatorie che si verificano entro 30 giorni da una procedura chirurgica o entro un anno dall'impianto di un dispositivo permanente. Dati epidemiologici confermano che in Europa un'infezione acquisita in ospedale su cinque è una Ssi. In Italia il livello è sostanzialmente allineato: circa l'8 per cento dei pazienti ospedalizzati contrae un'infezione associata alle procedure assistenziali e, di queste, il 20-22 per cento sono infezioni del sito chirurgico. “Le Ssi sono infezioni estremamente eterogenee e l'incidenza varia infatti in maniera considerevole in funzione non soltanto del tipo di intervento, ma anche in funzione delle condizioni del paziente e dell'ambiente ospedaliero. Possono insorgere sia durante che dopo il ricovero e rappresentano il secondo tipo di infezione più frequente contratta in ambito ospedaliero, dopo le infezioni delle vie respiratorie e subito prima di quelle alle vie urinarie – dichiara Nicola Petrosillo, direttore Dipartimento Clinico e di Ricerca in Malattie Infettive, Istituto 'L. Spallanzani' di Roma – In generale, la maggior parte delle Ssi viene acquisita in sala operatoria e deriva soprattutto da fonti esogene al paziente come per esempio contaminazione di strumenti, guanti, etc., ma possono essere anche di natura endogena quando i microorganismi che le causano sono per esempio presenti sulla cute o sulle mucose dei pazienti stessi. Una quota rilevante, circa il 60 per cento di queste, si manifesta dopo la dimissione del paziente”. Nonostante la disponibilità di 'Linee Guida' internazionali nel campo delle infezioni post-chirurgiche, molte delle raccomandazioni in esse contenute non vengono correttamente seguite nella pratica ospedaliera italiana. Ed è proprio per far fronte a questo problema ancora irrisolto che un gruppo di esperti italiani ha delineato una serie di regole base fondamentali per ridurre il rischio infettivo post intervento chirurgico. Seguendo le indicazioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e dei Centri del Controllo e Prevenzione delle Malattie di Atlanta (Cdc), il documento si articola sostanzialmente in 3 parti: il momento pre-operatorio e la preparazione del paziente all'intervento; l'intervento stesso; e infine la gestione del paziente nella fase post-operatoria. "Dal nostro punto di vista questo aspetto 'sequenziale' su cui si fondano le azioni di prevenzione è fondamentale per delineare poche ma importanti raccomandazioni facili da memorizzare, da applicare e soprattutto da verificare – afferma Mauro Pittiruti, chirurgo dell'Unità Operativa di Chirurgia di Urgenza della Fondazione Policlinico Gemelli di Roma – Non esiste ancora una check list strutturata e specifica per la prevenzione delle infezioni del sito chirurgico. Consapevoli delle difficoltà oggettive riguardanti la fase applicativa, sicuramente la più complicata e strutturata, ci proponiamo con questo documento di spianare la strada per l'implementazione di queste raccomandazioni, sia dal punto di vista logistico che dal punto di vista organizzativo”. Secondo alcune stime la corretta applicazione di precise misure di prevenzione potrebbe ridurre l'incidenza di infezioni fino al 70 per cento. Le Ssi sono associate a diversi fattori di rischio, alcuni più strettamente legati al paziente come l'età avanzata o la presenza di comorbidità, altri direttamente legati al tipo di intervento chirurgico. Sono principalmente due le procedure preventive che hanno assunto maggiore rilevanza nel nostro Paese nell'ultimo decennio: la disinfezione della cute del paziente prima dell'intervento e il ricorso alla tricotomia, laddove necessaria. “È noto che la cute del paziente è una delle principali fonti di patogeni responsabili dello sviluppo di infezioni. Per questo motivo i recenti aggiornamenti delle Linee Guida internazionali, riprese nel nostro documento, sottolineano l'importanza della pratica di antisepsi cutanea mediante utilizzo routinario della clorexidina al 2 per cento in alcool, in soluzione sterile (tanto è vero che questi prodotti sono registrati come farmaco), e ovviamente in applicatori sterili monouso, al fine di ridurre il più possibile il rischio di presenza batterica sulla cute del paziente prima dell'incisione chirurgica”, spiega Pittiruti. Un altro fattore di rischio importante è rappresentato dall'esecuzione non corretta della tricotomia (allontanamento e rimozione di peli e capelli dal sito chirurgico), una procedura che, se non correttamente eseguita, può provocare microtraumi cutanei e abrasioni favorendo la proliferazione batterica del sito chirurgico. "Questa pratica, laddove necessaria, andrebbe eseguita solo con clipper elettrici: microforbici che tagliano il pelo e non lo radono, senza toccare la cute”, aggiunge Petrosillo. Oltre all'antisepsi cutanea e alla tricotomia, il documento inserisce tra i passaggi chiave da seguire in sala operatoria la necessità di: sottoporre il paziente a profilassi antibiotica entro 120 minuti dall'inizio dell'intervento, decontaminare il paziente dallo stafilococco aureo nasale, curare l'igiene del corpo del paziente con doccia pre-operatoria, oltre che il mantenimento della normotermia e un adeguato controllo glicemico del paziente in tutto il periodo peri-operatorio. Ovviamente vanno garantite tutte le condizioni necessarie per il corretto svolgimento dei compiti dei singoli professionisti, come per esempio controllare e garantire all'interno della struttura la disponibilità e la reperibilità dei farmaci necessari all'antibiotico profilassi. Il documento è stato pensato per gli operatori sanitari, ma anche per tutti gli attori che ruotano intorno al paziente nel suo percorso di cura incluse le direzioni sanitarie e i comitati di sorveglianza delle infezioni degli ospedali, figure preposte a questa tipologia di attività e che possono per questo farsi promotori del documento e diffonderlo il più possibile. "Una mancata prevenzione delle Ssi comporta un notevole impatto sulla qualità di vita del paziente e un aumento di mortalità, morbosità e disabilità a lungo termine con conseguenze sociali ed economiche molto pesanti per il paziente e l'intero Servizio sanitario nazionale", afferma Petrosillo. Aggiunge Francesca Raggi, specialista in Igiene e Medicina Preventiva, responsabile di Logistica Integrata e Gestione Operativa dei Percorsi Chirurgici presso l'AUSL di Modena: “Per questo motivo tutte le figure presenti in ambito ospedaliero con vari livelli di responsabilità dovrebbero conoscere e contribuire all'adozione di queste raccomandazioni, per garantire alti standard di qualità e sicurezza di un centro chirurgico”. “La corretta applicazione di tutte le indicazioni riportate in questo documento infatti, non può e non deve prescindere da un lavoro di squadra e da un approccio multi specialistico”, specifica Andrea Blasio, specialista in Cardiochirurgia e Responsabile di Unità Funzionale di Chirurgia Mininvasiva - Ospedale San Raffaele di Milano. “Essendo il documento concepito come check-list procedurale dovrà essere presente fisicamente in tutte le sale operatorie”, conclude Pittiruti. (FABRIZIA MASELLI)

Dai blog