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SALUTE MASCHILE

Nuove tecnologie mini invasive
per curare patologie urologiche

Agli Ospedali Privati Forlì potenziati i comparti di urologia e andrologia con l’adozione di strumentazioni avanzate come: il laser verde Greenlight contro l’ipertrofia prostatica benigna e gli impianti di protesi peniene contro la disfunzione erettile

26 Giugno 2019

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Nuove tecnologie mini invasive per curare patologie urologiche

Il laser verde Greenlight per trattare l’ipertrofia prostatica benigna senza ricorrere alla chirurgia tradizionale e gli impianti di protesi peniene, di riconosciuta efficacia per patologie quali la disfunzione erettile. Questi i due principali strimenti di cui gli Ospedali Privati di Forlì si sono dotati per ampliare e potenziali i comparti di urologia e andrologia. Con l’adozione di tecnologie e strumentazioni fra le più avanzate rappresentando, oggi, il Centro di riferimento per un vasto territorio che include Forlì, Cesena, Ravenna. Le patologie urologiche sono in crescita in tutto il mondo, anche per via dell’invecchiamento della popolazione, il tumore alla prostata è, tuttora, il più diffuso, mentre patologie come l’incontinenza urinaria affliggono, in Italia, oltre 2 milioni di uomini, con impatti pesanti sulla vita familiare, l’ambito lavorativo, le relazioni sociali. Nonostante questo, una Survey sulla salute maschile e le patologie urologiche, promossa dall’Associazione Europea di Urologia (EAU), ha fornito un quadro preoccupante: gli uomini europei hanno scarsissima conoscenza delle malattie dell’apparato urologico, sottovalutano buona parte dei sintomi e non prendono in seria considerazione i segnali di possibili malattie. Basti pensare che 9 milioni di uomini italiani non si recano mai dall’urologo; solo il 10-20 per cento si sottopone a una visita preventiva ma, spesso, lo fa quando ha già sviluppato un problema. Se poi i disturbi hanno a che fare con la sfera sessuale, gli uomini attendono anche 5-6 anni prima di superare i ‘tabù’ e rivolgersi a uno specialista.

“Il raggio verde Greenlight – commenta Teo Zenico, urologo e andrologo della struttura forlivese - consente di curare l’ipertrofia prostatica benigna senza ricorrere alla chirurgia tradizionale. L’Ipertrofia Prostatica Benigna (Ipb) colpisce l’80 per cento degli italiani over 50 determinando l’ingrossamento anomalo della prostata,cioè la piccola ghiandola attraverso cui passa l’uretra, il condotto che dalla vescica porta l’urina verso l’esterno. Quando la prostata si ingrossa va a comprimere proprio l’uretra, ostacolando la fuoriuscita dell’urina. Il getto urinario si indebolisce e le minzioni diventano sempre più frequenti. Si tratta di una patologia progressiva, i cui sintomi peggiorano negli anni;  se non adeguatamente trattata, può provocare un danno permanente alla vescica che può, in casi estremi, perdere la capacità di contrarsi e, quindi, di svuotarsi”. Per fortuna, ricerca medica e tecnologie biomedicali hanno fatto passi da gigante; oggi, a disposizione di medici e pazienti ci sono soluzioni terapeutiche che consentono di affrontare efficacemente patologie complesse e, aspetto non meno rilevante, aiutano a recuperare benessere e qualità di vita. Le prime terapie contro l’ipertrofia prostatica benigna (diagnosticata nel 2017 a oltre 7 milioni di uomini italiani) sono, in genere, farmacologiche: possono prevedere farmaci alfa-bloccanti, oppure inibitori della 5-alfa reduttasi o, in alcuni casi, anche trattamenti fitoterapici. Quando le terapie farmacologiche non sono però efficaci, si rende necessario l’intervento chirurgico tradizionale (TURP) , oppure soluzioni terapeutiche che utilizzano il laser per recidere, vaporizzare e coagulare tessuti duri e molli in modo preciso, trasformando il tessuto prostatico in bollicine di vapore.

Con Greenlight possono essere effettuati Interventi di vaporizzazione, nei quali il tessuto prostatico viene trasformato in vapore, oppure di enucleazione: in questo caso l’adenoma viene scollato con il laser, fatto cadere in vescica e - quindi - aspirato con uno strumento che si chiama 'morcellatore'. Il laser verde Greenlight può essere utilizzato senza sospendere i farmaci anticoagulanti, consentendo di trattare anche pazienti a rischio (ad esempio portatori di pacemaker). Inoltre, il suo elevato potere emostatico favorisce una degenza postoperatoria veloce, una rimozione rapida del catetere post-intervento e una altrettanto rapida ripresa delle attività quotidiane. I raggi Laser sono adottati in misura crescente dalla medicina e dalla chirurgia per le caratteristiche di precisione, sicurezza, efficacia, minima invasività. Il raggio di luce sprigiona energia e calore secondo una specifica lunghezza d’onda ed è proprio in virtù della lunghezza d’onda che è possibile agire sui tessuti con efficacia e delicatezza, arrivando a trattare anche aree piccolissime con precisione e notevole potere coagulante, ma senza coinvolgere i tessuti circostanti. In chirurgia funzionano come veri e propri 'bisturi immateriali' in grado di recidere, vaporizzare e coagulare. Questa tecnologia, suffragata da studi clinici internazionali, ha  registrato crescente affermazione negli Stati Uniti, in Europa, in Asia e si pone come alternativa all’intervento di resezione della prostata con chirurgia tradizionale (TURP). E non è un caso che proprio questa soluzione terapeutica sia stata inserita nelle linee-guida dell’Associazione Europea di Urologia e che due prestigiose organizzazioni europee come l’inglese NICE (National Institute for ClinicalExcellence, che valuta l’efficacia degli interventi medici) e la tedesca G-BA (Gemeinsame Bundesausschuss, che determina i livelli dei rimborsi in ambito sanitario) abbiano certificato la superiorità degli interventi con il laser verde GreenLight rispetto alla chirurgia tradizionale.

Attualmente, gli interventi con il laser verde Greenlight vengono effettuati in 50 Centri sul territorio nazionale; fra questi gli Ospedali Privati Forli, struttura ad alta specializzazione in Emilia Romagna. La seconda area di innovazione, in corso di potenziamento e ampliamento presso gli Ospedali Privati Forlì, concerne invece gli impianti di protesi peniene, la tecnologia biomedicale per il ripristino dell’attività sessuale nei casi di disfunzione erettile. Ricorda, in proposito, Zenico: “Le protesi peniene rappresentano, oggi, un’opzione terapeutica fra le più avanzate, ma ancora poco conosciute dalla stessa classe medica”. Eppure, studi clinici internazionali ne confermano l’efficacia per chi soffre di disfunzione erettile, una patologia che può avere origini diverse, ma che può colpire anche uomini giovani, con impatti devastanti sulla vita quotidiana. Definita clinicamente l’incapacità, ricorrente o costante, di raggiungere e/o mantenere un’erezione adeguata durante un rapporto sessuale (National Institute of Health [NIH] Consensus Document), la disfunzione erettile insorge prevalentemente a seguito di una chirurgia radicale per tumore della prostata (35 per cento dei pazienti). Il carcinoma prostatico è il tumore più frequente nella popolazione maschile dei Paesi occidentali e la sua asportazione chirurgica è aggravata da disfunzione erettile nel 25-75 per cento dei casi. Spesso, infatti, la risposta ad altre terapie, come trattamenti farmacologici di tipo orale o iniettivo (prostaglandine o papaverina iniettate direttamente nel tessuto), può risultare inadeguata o - addirittura - inesistente.

In questi casi, l’impianto di una protesi peniena consente la ripresa funzionale dell’organo specifico e, quindi, l’erezione. Tecnicamente, l’impianto prevede l’inserimento di due piccoli cilindri (protesi semirigide o idrauliche) nelle due camere di erezione del pene, i corpi cavernosi. Questo consente un’erezione virtualmente non difforme da quella naturale, con la medesima sensibilità e capacità di eiaculazione riscontrabili prima dell’intervento e con immutata funzione urinaria. Le protesi e il piccolo dispositivo di controllo vengono inseriti sotto la cute, perciò non risultano visibili, un aspetto di vitale importanza per la rassicurazione dei pazienti e la piena accettazione dell’impianto. Secondo la casistica, la protesi peniena è indicata laddove vi sia una difficoltà erettile non responsiva a farmaci orali o iniettivi, oppure nei casi di severa curvatura acquisita del pene (la cosiddetta 'malattia di La Peyronie'), in cui la fibrosi che si sviluppa all’interno dell’organo determina gravi deformazioni e perdita di dimensioni. Le Linee - Guida europee indicanola protesi non soltanto per chi non risponde ad altri trattamenti, ma anche per chi desideri una soluzione definitiva al proprio problema.

“Nel trattamento di una sessualità colpita non è sufficiente disporre di una terapia che, semplicemente, ‘funzioni’, ma di una soluzione terapeutica che, oltre ad essere efficace, sia anche soddisfacente e ripristini nella maniera più naturale possibile la funzione perduta. In caso contrario, il rischio sarebbe quello di avere un rimedio efficace, ma non accettato, e quindi non utilizzato. In questa ottica, l’impianto protesico penieno rappresenta una soluzione risolutiva con elevati tassi di efficacia, sicurezza e accettazione”, conclude Zenico. (ANNA CAPASSO)

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