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PROGETTO IBIS

Benessere e inclusione scolastica
Un progetto Fondazione CARIPLO

Obiettivo studiare empiricamente e in condizioni ecologiche l'impatto di una didattica innovativa e tecnologica sulla percezione di benessere e di inclusione degli studenti, soprattutto di quelli con una ‘vulnerabilità’

16 Settembre 2019

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Benessere e inclusione scolasticaUn progetto Fondazione CARIPLO

L’alfabetizzazione, cioè l’abilità di letto-scrittura, si sta rapidamente trasformando con l’emergere di nuove tecnologie di informazione e comunicazione e il contesto scolastico attuale appare mutato rispetto a pochi anni fa in virtù dell’introduzione di nuove metodologie didattiche; sono quindi necessarie pratiche sociali e competenze per affrontare questi cambiamenti. “Nel contesto scolastico si osserva un’incidenza sempre più marcata di studenti che manifestano problemi dovuti alla presenza di un disordine del neuro-sviluppo, in particolare di un Disturbo Specifico dell’Apprendimento (DSA) – sottolinea Daniela Sarti, dell’U.O. Neurologia dello Sviluppo, Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta – spesso tali soggetti manifestano una condizione di vulnerabilità che si traduce in una significativa riduzione del rendimento e in una drastica riduzione del benessere sociale e psicologico”. La dottoressa Sarti ha partecipato per la Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta  al  progetto IBIS tecnologie Innovative per il Benessere e l’Inclusione Scolastica, una ricerca-azione promossa e finanziata da Fondazione Cariplo, che ha coinvolto anche altri centri di ricerca (Università di Milano-Bicocca, Università Cattolica di Milano, IRCSS E. Medea), tre scuole superiori lombarde (Istituto Pacioli, Crema, Istituto Einaudi, Lodi, Opera Salesiana Sesto San Giovanni) e due associazioni genitori (AID, AD&F).

A cura del Besta il focus sui ragazzi con DSA e le sfide tecnologiche da affrontare per una migliore qualità della loro vita.  Lo scopo del progetto è studiare empiricamente e in condizioni ecologiche l'impatto di una didattica innovativa e tecnologica sulla percezione di benessere e di inclusione degli studenti, soprattutto di quelli con una vulnerabilità dovuta alla presenza di un Disordine del Neuro-sviluppo tra cui i Disturbi Specifici dell’Apprendimento DSA. Sono stati valutati 161 ragazzi afferenti a sei classi di scuola secondaria superiore. Tre di queste hanno previsto l'applicazione di una metodologia didattica sperimentale e le rimanenti sono state coinvolte in una didattica frontale tradizionale. Si è sperimentata una didattica ‘3.0’ (come superamento della didattica ‘2.0’ in cui la tecnologia è ‘semplicemente’ presente nella scuola ma non finalizzata ad una specifica innovativa metodologia didattica) basata sul cooperative learning e sul debate, e attuata in un’aula 3.0, mutuata dall’aula Technology Enabled Active Learning (TEAL) del MIT di Boston, con postazioni costituite da banchi modulari e componibili per il lavoro a gruppi e fortemente high-tech grazie alla presenza di vari videoproiettori interattivi tutti collegati in rete e collegabili con ogni tipo di device in uso da studenti e professori (tablet, PC/portatili).

I ragazzi sono stati testati in differenti momenti dell'anno scolastico; dopo un primo screening relativo agli apprendimenti – lettura, scrittura, comprensione del testo, attenzione, memoria, abilità logiche – sono stati proposti dei questionari sulla percezione di benessere individuale, sul clima di classe, sull’engagement scolastico e sull’utilizzo dei device tecnologici. Il funzionamento socio-emotivo è stato indagato mediante il test performance-based di tipo narrativo Roberts-2 nella fascia di popolazione più vulnerabile (poor reader e DSA), confrontata con un gruppo di normo-lettori di pari età. Successivamente è stato proposto un approfondimento mirato all'area linguistica che ha valutato il livello lessicale, la comprensione sintattica e la capacità dei ragazzi di comprendere informazioni reperite online. In un’ultima fase sono state nuovamente raccolte informazioni in merito al benessere percepito e al clima di classe. I risultati sono molto interessanti; in tutto il campione circa il 10 per cento presentava una diagnosi di DSA; in seguito allo screening sono stati individuati altrettanti studenti con una fragilità in lettura, che non presentavano una certificazione. Inoltre, nel gruppo di soggetti bilingui, circa il 20 per cento del campione, è stato possibile approfondire il grado di bilinguismo e il livello di competenza nella L2; ciò ha permesso di chiarire in quale misura le difficoltà di apprendimento riscontrate in alcuni di loro fossero dovute a un reale disturbo di apprendimento o a una ridotta esposizione all'italiano. La ricerca condotta ha permesso di approfondire il ruolo che una didattica innovativa e tecnologica riveste e il grado in cui influisce sul clima di classe e sul benessere percepito dagli studenti delle classi sperimentali. In secondo luogo ha consentito di identificare un significativo numero di ragazzi con una vulnerabilità negli apprendimenti, a prescindere dalla presenza o meno di una certificazione DSA già presente. Infine ha chiarito in quale misura una ‘didattica 3.0’ permetta a questa fascia più vulnerabile di sviluppare un maggior engagement sociale, cognitivo ed emotivo e di sentirsi integrati all'interno della classe. I risultati preliminari sembrano suggerire infatti che i ragazzi con un disturbo di apprendimento manifestano una percezione di supporto sociale inferiore rispetto ai pari età a sviluppo tipico. Un simile risultato sembrerebbe indicare che, nella prima adolescenza, un buon livello di competenza negli apprendimenti sia da considerarsi un fattore protettivo in termini di adattamento socio-emotivo. (EUGENIA SERMONTI)

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