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Coronavirus, mascherine ed errori. Il chirurgo in pensione: "Perché molti le indossano male"

Ennio Ciaccia
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E chi l' avrebbe mai pensato cinque anni fa, quando ho smesso la mia attività di chirurgo che avrei dovuto indossare ancora mascherina e guanti non per avvicinarmi al tavolo operatorio come allora, ma per camminare per strada, per andare a far la spesa o per far altro, ligio alle regole imposte dal governo in questo periodo di quarantena legata a quel virus dal nome così altamente aristocratico, il coronavirus? Ma di maniere aristocratiche e raffinate il virus non ne ha perché, come tutti i nemici che colpiscono di nascosto, è piuttosto infame e senza scrupoli. Ma non è di questo che voglio relazionarvi perché penso che ognuno di noi sia sulla stessa linea di pensiero.

 

 

 

Volevo invece ritornare sull' argomento "mascherina" tanto dibattuto in questo periodo di quarantena. E ciò mi porta lontano nel tempo. Come non ricordare quando da giovane assistente chirurgo mi preparavo ad indossare la mascherina! Certamente un fatto comune ed usuale direte voi, sì, ovvio, ma non di facile esecuzione per noi giovani medici che iniziavamo a frequentare la sala operatoria, un luogo per noi misterioso ed affascinante che incuteva timore e rispetto e dove il silenzio era rotto solo dal rumore elettrico del battito cardiaco del paziente. Dopo il lavaggio delle mani, sotto lo sguardo indagatore del primario che controllava il tempo scandito da una clessidra posta sul lavello, iniziava la vestizione, un momento solenne, da compiere con la massima sterilità! Dopo di ciò si passava all' ultimo atto: indossare la mascherina (allora era in tela).

Momento temuto - Questo era il momento più atteso e temuto. E perché? Perché nel porgere le fettucce per fissarla al volto si rischiava di toccare con i guanti sterili le mani dell' infermiera. E se ciò accadeva subito una voce: «Vada a lavarsi di nuovo». Era il primario che aveva visto tutto! E così altro camice, altri guanti, primario, aiuto ed anestesista insofferenti. «Ma insomma dottore stia più attento», mi sussurrava l' infermiera di sala. E quando ero nuovamente pronto a farmi allacciare la mascherina sentivo il cuore che sussultava. Pregavo che tutto andasse bene.

Di anni ne sono passati tanti, 42 al tavolo operatorio, ed i ricordi dei primi approcci in sala operatoria, le mie paure, le mie ansie ora mi fanno sorridere. Mi viene naturale il confronto tra quel tempo e la realtà odierna. Sì, perché oggi, quando cammino per la strada, mi sembra di essere in una grande sala operatoria dove le regole per indossare la mascherina sono spesso, o forse no, volutamente stravolte o legate all' improvvisazione delle singole persone che mai ne avevano indossata una. E temo che Il mio vecchio primario ne rimarrebbe rabbrividito.

Sorrido, osservo, mi meraviglio ma nel contempo mi preoccupo. Bisogna capirle queste persone che si trovano di fronte ad una nuova realtà. Non hanno avuto maestri loro, nessun insegnamento, sono solo guidati dalla spontaneità di un atto inconsueto. C' è poco da dire, dobbiamo aggiungere alle nostre abitudini quotidiane anche la mascherina sì, perché oltre alle cose comuni che ci si porta dietro, oggi bisogna pensare anche a questo sussidio sanitario che solo la paura di ammalarsi ci fa tollerare.

Guai dimenticarla! Ha assunto il valore di un lasciapassare per poter uscir di casa. E così sono assurte a simbolo di questo triste periodo di pandemia.
Si presentano sotto forme diverse e chi le indossa ha una ben precisa giustificazione per aver scelto quella o l' altra perché «quella mi fa respirare meglio, mentre l' altra mi appanna gli occhiali e non riesco a far la spesa». E la fantasia italica le ha trasformate anche in oggetti decorativi spesso fatti a mano con scelta di stoffa e colori da intonarsi alle mise di donne che mai rinuncerebbero ad un tono di eleganza ricercata. Non è frivolezza la loro, ma è piacevolissimo istinto femminile. Saranno anche fastidiose da portare, ma vi accorgete che le donne hanno assunto un' aria più misteriosa, direi anche più affascinante? E poi ci sono le mascherine tricolori che inneggiano, insieme alle bandiere esposte sui balconi delle case, all' unità della Nazione nella lotta contro questo nemico, la cui immagine elettronica, diciamoci la verità, è anche piacevole e fantasiosa. Ma al di là di questo significato patriottico, alcuni invece osano sminuire con deliziosa ilarità quel valore intrinseco che in esse si racchiude trasformandole in mascherine dal puro sapore carnevalesco.
Ne ho visto una con il disegno di una grande bocca rossa a rime labiali rivolte verso gli occhi: non so se il disegnatore volesse raffigurare un clown o il Joker del mitico Jach Nicholson. Di certo era molto spassosa. Ma al di là delle tante fattezze, mi accorgo, uscendo di casa, di osservare inevitabilmente come indossano le mascherine! Forse ognuno avrà una sua motivazione ma, quanta improvvisazione!

Improvvisazione - Chi le pone a coprire il mento lasciando scoperti naso e bocca (e questi sono principalmente i fumatori che nemmeno in queste circostanze sanno rinunciare al loro vizio), chi procede con la mascherina appesa al padiglione auricolare, segno questo che il portatore ormai si è spazientito e non ne può più, ha bisogno di respirare più aria. E non la toglie definitivamente per sentirsi meno in colpa riguardo agli altri passanti. Ma c' è chi addirittura non la mette adducendo numerose scuse e ciò spesso scatena tra i passanti: «E la mascherina»? Domanda questa alla quale spesso qualcuno risponde con un «si faccia gli affari suoi»! Ma son anche affari nostri, perbacco! E chi la tiene in mano come per dire: «io non la metto, ma la porto con me». Che bella scusante! «La metto quando incontro altre persone o per far le spese, quelle permesse dai decreti».
Per fortuna! In alcuni le ho viste sul taschino della giacca a mo' di pochette, altri le tengono in tasca e spesso cadono per terra nell' intento di prendere il telefonino per fare o rispondere ad una chiamata. E non le raccolgono, le lasciano per terra. Ho visto un ragazzo che indossava una mascherina rigida posizionata sulla fronte: sembrava uno speleologo alla ricerca del virus invisibile. E chi va in bicicletta spesso le posiziona attorno al campanello a mo' di bandierina ma non è da meno una ragazza che teneva due mascherine appese allo specchietto della macchina.
Ed era curioso notare come si muovessero in modo sincrono con un rosario a grossi grani anch' esso appeso allo specchietto retrovisore. Scaramanzia? Comodità? Va' a capire cosa passa nella mente alla gente.
Ma anche i piccoli arbusti dei giardini di casa non si sottraggono ad essere intaccati dalla creatività della gente. Appese ai ramoscelli in pieno sole e all' aria aperta le mascherine si purificano e prendono vigore. Sono pronte ad essere indossate nuovamente. Così almeno si possono recuperare perché credetemi, potrebbero scomparire da un momento all' altro. Non lo so quanto andremo avanti con questa pandemia ma una cosa è certa: le mascherine hanno avuto in questa triste commedia il ruolo principale. Non le dimenticheremo molto facilmente.
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