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Una spina dorsale da supereroi: ecco perché i gatti cadono in piedi

I mici possono contare su una colonna vertebrale molto flessibile nella parte alta e più rigida nella parte bassa, così si possono torcere mentre cadono e atterrare sempre sulle zampe
di Simona Plettovenerdì 13 marzo 2026
Una spina dorsale da supereroi: ecco perché i gatti cadono in piedi

3' di lettura

C’è una scena che ogni amante dei gatti conosce bene: un balzo azzardato, una scivolata dal davanzale, un tonfo che fa trattenere il fiato. Poi il felino si rialza, scrolla le spalle con l’aria di chi non ha nulla da dimostrare e se ne va con passo offeso, come se cadere fosse stata una scelta. Da secoli osserviamo questa piccola magia domestica con stupore: i gatti cadono e, quasi sempre, lo fanno senza farsi male. Ora uno studio scientifico - rilanciato da ilpost.it - prova a spiegare perché.

Un gruppo di ricercatori della Università di Yamaguchi, in Giappone, ha affrontato uno dei misteri più curiosi della zoologia: come fanno i gatti a cadere sempre in piedi? La risposta arriva da un lavoro pubblicato sulla rivista “The Anatomical Record” e riguarda un elemento che nei felini è insieme architettura e strumento: la colonna vertebrale. Il fenomeno è noto agli scienziati come «raddrizzamento in aria». In pratica, quando un gatto cade riesce a ruotare il corpo mentre è sospeso e a orientare le zampe verso il basso prima dell’impatto. Sembra quasi un paradosso fisico: un corpo in aria, senza appoggi, dovrebbe avere poche possibilità di cambiare orientamento. Eppure i gatti lo fanno con una grazia che sfiora l’insolenza.

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Il ricercatore che ha guidato lo studio, Yasuo Higurashi, e il suo gruppo hanno scoperto che il segreto è nella diversa flessibilità delle varie parti della schiena. La sezione toracica della colonna – quella più vicina alle spalle – è molto più elastica rispetto alla regione lombare. Questa differenza permette al gatto di avviare la rotazione con la parte anteriore del corpo e completarla poi con quella posteriore, in una sequenza rapidissima. Per arrivare a questa conclusione i ricercatori hanno eseguito test meccanici su cinque colonne vertebrali di gatti, misurandone flessibilità e resistenza alla torsione. Telecamere ad alta velocità hanno poi ripreso due gatti vivi mentre si lasciavano cadere su un cuscino morbido, documentando il movimento reale. Il risultato è sorprendente: la regione toracica può ruotare con grande libertà, mentre la parte lombare è più rigida e funziona da stabilizzatore. In altre parole, il gatto piega e gira prima il davanti del corpo, poi il resto lo segue.

Secondo il fisico Greg Gbur, che non ha partecipato allo studio ma ha commentato i risultati sul “New York Times”, è la prima ricerca che analizza direttamente il ruolo della struttura della colonna vertebrale durante una caduta felina. «Questo studio è interessante perché può aprire nuovi spazi per comprendere in modo scientifico la mobilità dei gatti», spiega il veterinario Rodingo Usberti, esperto di comportamento animale. «Alla fine si è capito che la colonna vertebrale è fondamentale per questo movimento, quello del gatto che anche dall’alto cade sempre in piedi e non si fa male». Il veterinario invita però a guardare oltre il gatto domestico. «Se osserviamo i grandi felini vediamo lo stesso principio all’opera: il balzo di una tigre, quello di un giaguaro o la lince che si arrampica sugli alberi con sorprendente facilità. Tutto dipende dalla straordinaria elasticità della colonna vertebrale. Il meccanismo è lo stesso del gatto che cade, cambia soltanto il peso dell’animale».

Ma la colonna non è l’unico segreto. «I gatti non hanno solo la schiena elastica», spiega Cristiano Bombardi di Padova, esperto di anatomia felina. «Possiedono anche un orecchio interno molto sviluppato che consente loro di orientarsi nello spazio meglio di altri animali. È l’aspetto neurologico del fenomeno». Non basta. «Anche i visceri sono distribuiti in modo tale da adattarsi alla caduta. E quando il gatto cade da grande altezza, poco prima dell’impatto si rilassa: questo riduce il rischio di lesioni. Paradossalmente, se cade da più in basso può farsi più male perché non ha il tempo di completare la manovra».

La curiosità scientifica su questo comportamento ha radici lontane. Nel 1894 lo scienziato francese Étienne-Jules Marey provò a studiarlo con la cronofotografia, una delle prime tecniche per analizzare il movimento, fotografando un gatto mentre cadeva e ricostruendo le varie fasi della rotazione in aria. Da allora il mistero non ha mai smesso di affascinare. Forse perché il raddrizzamento dei gatti racconta qualcosa del loro carattere: elastico, indipendente, imprevedibile. Cadono, si rimettono in piedi e ripartono. Con l’eleganza di chi, in fondo, non ha mai davvero perso l’equilibrio.

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