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Il proibizionismo non salverà i giovani dai social network, serve l’educazione...

Vari episodi inquietanti, e spesso tragici, ampiamente documentati dalle cronache, in questi giorni hanno per protagonisti giovani e giovanissimi
di Corrado Oconelunedì 30 marzo 2026
Il proibizionismo non salverà i giovani dai social network, serve l’educazione...

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Vari episodi inquietanti, e spesso tragici, ampiamente documentati dalle cronache, in questi giorni hanno per protagonisti giovani e giovanissimi. Gli psicologi segnalano come alla loro base ci sia un diffuso disagio psichico, che spesso porta a una vera distorsione della personalità. Tale condizione, sempre secondo gli analisti, sarebbe generata dal prorompere del web e dei social nella vita dei più piccoli, che ad essi si ispirano e spesso li usano per documentare e mostrare agli amici i loro misfatti. La prima reazione dei cittadini, ed anche dei politici e dei governi in democrazia ne sono i rappresentanti, è quasi sempre quella di sollecitare divieti, regolamenti, limiti. Su questa risposta la sinistra è sicuramente più attrezzata, essendo nel suo Dna l’idea di regolare dall’alto la vita di tutti senza punto dare credito alla libertà e responsabilità individuali. Anche la destra però spesso segue questa via.

Eppure, per quanto comprensibile sia una tale risposta, essa urta la sensibilità di un liberale. Non, sia beninteso, perché per lui tutto è possibile e la libertà non sopporti restrizioni e limiti, alla maniera degli anarchici, perché è anzi vero proprio il contrario: senza limiti la libertà non è tale, è arbitrio. Ma per motivi più sostanziali. Prima di tutto occorre considerare una questione pratica, di efficacia: la storia dimostra abbondantemente che, ogni qual volta lo Stato ha proibito qualcosa, quel qualcosa ha trovato altre vie, più illegali e più pericolose, per esprimersi. Ed anzi, generando una sorta di “fascino del proibito”, fra gli uomini e a maggior ragione fra gli adolescenti, ha visto espandersi a macchia d’olio certi vizi, nel nostro caso l’accesso a siti i cui contenuti generano emulazione fra i più psicologicamente deboli.

Ma se ciò è vero, se ne deduce che è sull’educazione che bisogna far soprattutto leva per superare questa debolezza. Il compito di arginare gli effetti deleteri del web, detto altrimenti, tocca alla società prima che alla politica, in particolare ai quei genitori e a quelle famiglie il cui ruolo è stato sempre più svalutato negli ultimi anni dal predominio delle ideologie progressiste. Fra l’altro, l’esperienza storica ha insegnato a trovare valvole di sfogo efficaci, a cominciare dalle competizioni sportiva, a quella quota di aggressività che è propria dei giovani. Lo sforzo dell’educatore non deve essere né quello di vietare, né al contrario di essere permissivo. Egli deve, in modo più radicale, far emergere maieuticamente dalla coscienza stessa dei giovani il limite al proprio possibile arbitrio. La sapienza occidentale ci indica questa soluzione sin dai tempi di Platone. Ed è su questa idea di paideia che ci siamo distinti nei secoli dai vari “dispotismi orientali”, per usare un’espressione di Hegel. Cosa si deduce da queste riflessioni? Prima di tutto, si trova conferma al fatto che la sensibilità liberale, come si è detto più volte, è contro-intuitiva, necessitando a sua volta di essere continuamente rieducata; secondariamente che quella mentalità che Oakeschott chiamava “razionalismo in politica”, che tutto vuole normare producendo divieti e regolamenti in modo seriale, è sempre più forte. L’Unione Europea, come sappiamo, è uno dei suoi luoghi d’elezione. È un caso che gli effetti inintenzionali delle sue azioni abbiano finita per metterla in ginocchio, al rimorchio dei grandi player mondiali?